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Viaggio nei colori dell'anima

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Pier Paolo Mendogni

Nella penombra di una vasta sala, accarezzata da musiche suadenti, emerge l’enorme tela-testamento dipinta da Paul Gauguin a Tahiti alla fine del 1897 e mai esposta in Italia e una sola volta in Europa: un quadro affascinante di oltre quattro metri per uno e mezzo che l’artista ha intitolato «Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?»: domande fondamentali dell’esistenza umana vista come percorso terreno e spirituale. Un viaggio geografico e un viaggio dell’anima che Gauguin ha  effettuato anche concretamente lasciando Parigi, l’Europa per la magia di Tahiti, un mondo culturalmente tutto diverso da quello occidentale. Ed è da questo viaggio che prende spunto la mostra in corso a Genova a Palazzo Ducale (fino al 15 aprile) intitolata «Van Gogh e il viaggio di Gauguin», ideata e realizzata da Marco Goldin che l’ha accompagnata non dal tradizionale catalogo bensì da un suo libro – che porta lo stesso titolo – di riflessioni sul viaggio: «viaggio di spostamento da un luogo verso un altro luogo, quando il cammino si volge alle cose incontrate, ai volti, agli spazi» ma anche «viaggio interiore, che tutti gli altri raccoglie in sé, esaltandoli». Coscienza e anima vengono considerate come spazio privilegiato del viaggio: così nel volume agli artisti vengono accostati scrittori e poeti quali Kerouac, Eliot, Bertolucci, Strand, Whitman. Il problematico capolavoro polinesiano è dipinto con colori antinaturalistici che rendono più intensa la metafisica magia dell’ambiente e aprono spazi onirici che seducono l’immaginazione; anche le persone nella loro lenta gestualità paiono sospese in una lunga meditazione: «dove andiamo» sembra chiedersi l’anziana, prossima alla morte, seduta nell’angolo sinistro della scena; accanto a lei una giovane castamente seminuda pare invece domandarsi «chi siamo» e la risposta la cerca anche il plastico ragazzo al centro del quadro che sta per spiccare un frutto da un albero: l’albero edenico della conoscenza? «Da dove veniamo», invece, se lo stanno chiedendo le tre ragazze vicino al bimbetto addormentato. Insieme a Gauguin, l’altro grande pilastro su cui regge la mostra è Vincent Van Gogh – col quale vi fu un’amicizia travagliata – presente con ben quaranta opere, tra cui quindici disegni mai esposti in Italia. Van Gogh si è limitato a viaggiare tra l’Olanda e la Francia ma la sua esistenza è stata un continuo viaggio alla ricerca della luce mentre interiormente precipitava nel buio di un abisso disperato. E sono significative quella «scarpe» consunte dal camminare nei prati, nei boschi, nella neve. «Filari di pioppi al tramonto» (di una drammatica suggestione), «Tessitore al telaio» (1884) sono caratterizzati da colori scuri, bituminosi come quel «Nidi d’uccello» acceso però al centro da una luce che pare alludere allo schiudersi della vita. Il suo linguaggio libero da schemi accademici punta a penetrare la realtà delle cose: caratteristica che manterrà anche dopo il suo trasferimento a Parigi (1886) e all’incontro con la colorata tavolozza degli impressionisti. Qui approfondisce anche il viaggio dentro se stesso con una serie di significativi autoritratti (splendido quello al cavalletto). «Ciò che mi appassiona di più - scrive alla sorella nel 1890 – è il ritratto, il ritratto moderno.... non cerco di fare questi quadri per somiglianza fotografica ma per le nostre espressioni passionali». Anche il paesaggio diventa motivo di viaggio interiore perché lo filtra attraverso se stesso con una vitalità appassionata, con un coinvolgimento traboccante d’amore, di disperazione: quel «seminatore» che feconda una terra intrisa di sole; quei «pini al tramonto» che si contorcono per succhiare gli ultimi raggi sole; quei corvi che solcano minacciosi un cielo gravido di nubi: oscura minaccia per il grano appena colto. Gli altri artisti rappresentano il viaggio negli Stati Uniti e in Europa. Gli americani dell’800 Bierstadt e Church descrivono paesaggi con accenti romantici e Homer trasforma «Cap Trinity» in un sogno notturno, in un silenzio opposto a quello inquieto di Hopper e a quello che si ingorga nelle profondità delle superfici monocrome di Rothko. In Europa è Caspar David Friedrich che coglie gli aspetti più fabulistici e toccanti della natura («Barca sull’Elba nella nebbia del primo mattino») mentre William Turner descrive le evanescenti suggestioni di una realtà colta più nelle sensazioni che suscita, che nella sua fisicità concreta.
Il mondo di Monet, ad un certo punto della sua vita, è diventato il giardino di Giverny da lui esplorato negli angoli più segreti, nelle diverse luci del giorno traendone incantevoli capolavori. Il viaggio diventa puramente mentale in Kandisky con le sue forme astratte che si librano nello spazio eccitando la fantasia a dispiegarsi liberamente. De Stael ricrea sulla tela i paesaggi nella squillante purezza di luci e cromie; all’opposto c’è Morandi tutto teso ad ascoltare e sintetizzare la silenziosa poesia delle colline e le sue tele riecheggiano i versi di Bertolucci «Non chiedere altro, la felicità è in questo/ corso paziente, mentre gli anni fuggono/ e i giorni così lenti fuggono».
 

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