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Pellegrino Molossi eroe del giornalismo

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 di Giuseppe Martini 

Alle sette del mattino nella campagna fra Noceto e Sanguinaro ancora oggi si sentono i gracchi delle gazze e il frullìo dei passeri appena svegli, api e vespe non sono ancora uscite e fruscii di sterpi avvertono di qualche corvo o biscia. 
Ma solo in una mattina del 1908 vicino a quel pugno di case chiamato Chiesa Vecchia, fra canali e sterpaglie, si poterono sentire anche due colpi di pistola quasi simultanei spegnersi nell’aria umida. Gazze e passeri si tapparono il becco. Vi seguirono non grida ma convenevoli voci umane. Due gentiluomini si riavviarono verso casa stringendosi la mano come se nulla fosse, e gli uomini del loro seguito ripresero la via della città con minor fatica di quando, nel cuore della notte, si erano persi nella campagna per raggiungere il luogo stabilito.
Era appena terminato il duello lanciato a Goffredo Bellonci, critico letterario del «Giornale d’Italia», da Pellegrino Molossi il quale, fra una sfida armata e l’altra che spesso gli capitava e raccoglieva con impassibile fierezza, era non incidentalmente il direttore della «Gazzetta di Parma» dal 1880, anzi il demiurgo di un giornale che grazie a lui in pochi anni aveva acquistato un posto di primo piano fra le forze liberal-conservatrici italiane; anzi di più, anche il suo proprietario, da quando nel 1884 l’aveva acquisita dalla Società editrice fra i cui azionisti c’era anche Giuseppe Verdi, amicissimo di Lorenzo, padre di Pellegrino, e autore di un celebre manuale topografico del Ducato ancora oggi consultatissimo. 
Nella casa dei Molossi al civico 3 di Strada S. Barnaba (oggi Garibaldi), Pellegrino era nato alle 10,30 del 28 ottobre 1844 – gli furono aggiunti anche i nomi di Ercole Arnaldo Vincenzo Antonio – quando il padre era segretario alla Presidenza delle Finanze e, rimasto vedovo, si era da non molto risposato con Elisa Rosini. E, nella casa dei Molossi, Pellegrino aveva trovato i riferimenti essenziali per la propria formazione e le proprie curiosità, libri di storia e geografia sopra tutti, che la sua natura passionale aveva eletto come i propri migliori insegnanti. 
Del resto anche la sua direzione stessa della «Gazzetta» fu principalmente un fatto di carattere, nel quale non si comprendono solo fermezza, orgoglio e saldezza morale, ma anche determinazione di obiettivi e interessi culturali.
Non si spiega altrimenti la parabola che, dalla direzione per pochi mesi del 1866 di un settimanale umoristico, «Il cantastorie», lo portò a diventare collaboratore e poi caporedattore in «Gazzetta» e a presentarsi poco dopo maturo e con idee chiarissime alla guida assoluta del quotidiano leader incontrastato fra i lettori della provincia. 
Leader incontrastato dal carattere di ferro, che stroncò le ambizioni di mercato dei fogli locali apparsi in quegli anni, «La Provincia» e il «Corriere di Parma» di Luigi Battei.
La faccenda dei duelli non è quindi un fatto di colore ma incarnato alla natura di Pellegrino, uomo tutto d’un pezzo che teneva l’indipendenza di giudizio come la più sacra delle virtù, e al giornalismo come il suo tempio, anche se quando sosteneva di non volere capi che lo comandassero né soldati che lo seguissero non faceva che tradire il bisogno dell’affetto dei lettori e del riconoscimento di quel saldo senso morale che accettava come solo padrone. 
Un animo così non poteva non essere capace di provare sentimenti di amicizia e solidarietà altissimi, per lo più riservati: i lettori ne ebbero un saggio quando si affrettò a promuovere sul giornale una sottoscrizione pubblica per acquistare un nuovo violino ad Augusto Migliavacca, l’amatissimo suonatore cieco di strada che aveva appena sfasciato il proprio. 
Ebbe inizio quindi con Pellegrino quel binomio Gazzetta di Parma-famiglia Molossi destinato, pur con interruzioni, a durare a lungo e a segnare profondamente la personalità della testata e la storia della città. 
Ed ebbe inizio con Pellegrino quella difesa agguerrita e spontanea delle idee della proprietà agraria parmense, in piena espansione in quegli anni, condotta con tutta la fermezza che poteva sortire da quel temperamento, senza il minimo timore di finire nel tifone di polemiche spinosissime che lo elevarono a notorietà nazionale facendone un paladino del conservatorismo liberale – per amore del proprio giornale rifiutò piatti che altri avrebbero afferrato al volo, come la direzione del «Corriere della sera», del «Giornale d’Italia» e della «Tribuna» – ma che al contempo gli attirarono contestazioni plateali e giudizi severi che solo si riservano a chi non scalfisce mai la propria coerenza.
L’obiettivo di Pellegrino Molossi era il socialismo rampante e poi le aperture a sinistra dei gabinetti Giolitti e Zanardelli, ma la battaglia era su tutti i fronti: così nasceranno le baruffe a colpi di fondi con Vincenzo Morello della «Tribuna», la campagna elettorale al calor bianco a favore di Carlo Nasi contro il radicale Agostino Berenini al turno suppletivo delle elezioni 1891, le cannonate giornalistiche contro Felice Cavallotti. Così si troverà al centro di contestazioni senza apparente motivo, come quella portata da braccianti davanti alla sede della «Gazzetta» il 17 febbraio 1894, ma ormai il giornale era un simbolo politico e il suo direttore uno da amare o da odiare, senza mezze misure. 
E così si attirerà la costernazione delle anime belle quando, contro le accuse dei giornali socialisti, difese i carabinieri che involontariamente, in una sparatoria all’angolo di Borgo Guazzo, colpirono a morte il fratello cronista Filiberto che passava casualmente di lì in quella sera del 17 agosto 1904 per andare a visitare il luogo dove sarebbe sorto il monumento a Bottego.
Il «Tamagno dei giornalisti italiani» (Francesco Tamagno era il tenore più fiero del momento) era diventato del resto anche un critico teatrale, con lo pseudonimo «Z.», quasi per caso, per recensire su richiesta l’imbarazzante debutto del critico della «Gazzetta» come autore scenico: ovvio, Pellegrino non derogò alla sua integrità scrivendo quel che pensava della pièce – e non erano bei pensieri. Ma il collega, sportivamente, gli riconobbe l’onestà intellettuale. 
Trovarsi di frequente a dar pistolettate con avversari soliti piuttosto a colpire di penna fu perciò inevitabile conseguenza di questo misto d’orgoglio e inflessibilità. Con Bellonci era accaduto per difendere il figlio Gontrano (padre di Baldassarre) dall’accusa di essere l’autore di un articolo anonimo sulla «Scintilla» del 1908, e i colpi, come spesso, finirono nel vuoto. A quel punto capitava che si squarciasse il fondale: i due fecero pace ammettendo di aver fatto tutto non più che per mero senso dell’onore. 
Laddove non poterono i duelli, poté la stufa di quell’ufficio dove faceva le ore piccole per scrivere, le cui esalazioni finirono per portarlo alla morte l’11 gennaio di un secolo fa. Gli subentrerà Gontrano – avuto dalla figlia del Rettore dell’Università Emilia Passerini, sposata il 28 giugno 1890 e troppo presto scomparsa – al quale consegnerà un giornale solido, portato a un livello di notorietà e autorevolezza pari a quello delle testate nazionali: cinque colonne, prima pagina con un fondo forte, romanzo a puntate in fogliettone, cronaca in seconda, spettacoli in terza e pubblicità in quarta. E insieme, l’eredità di un mestiere governato dalla dignità e deserto di sotterfugi, che è proprio dei grandi giornalisti.  

 

 

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