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Nietzsche, lettere dall'abisso

Nietzsche, lettere dall'abisso
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di Giuseppe Marchetti
In una lettera a Georg Brandes del 20 novembre 1888 da Torino, Friedrich Nietzsche confessava: «Con un cinismo che passerà alla storia ora ho raccontato me stesso: il libro s'intitola “Ecce homo” ed è un attentato senza il minimo riguardo al crocifisso: termina con tuoni e folgori contro tutto quello che è cristiano o infettato dal cristianesimo, tanto da far perdere la vista e l'udito». Confessione preziosa, superba e orgogliosa tipica del carattere del grande pensatore, ma tipica anche di una situazione al limite del suo pensiero stesso: una condizione che precipitava, che rovinava verso l'atto finale. Il quinto e ultimo volume dell'«Epistolario 1885-1889» nell'edizione italiana condotta sul testo critico stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari per Adelphi, tradotto da Vivetta Vivarelli e corredato da notizie e note fitte e preziose di Giuliano Campioni e Maria Cristina Fornari, ci porta dentro questa ultima e devastata identità. Devastata non solo per «Ecce homo» e per il sospetto di «infezione» che il cristianesimo porta con sé, ma soprattutto per il segno tremendo di una riflessione filosofica che rapidamente si trasforma in un gorgo risucchiante e «senza nemmeno una parola che penetrasse sino a me», scrive Nietzsche ad un'amica. Dunque: solitudine perfetta, che conduce o alla pazzia o alla morte. La «Gaia scienza» aveva fallito, o, per dir meglio, aveva trascinato nel fallimento il proprio autore separandolo per sempre dal mondo che secondo lui avrebbe dovuto ammirarlo e amarlo. Nietzsche non chiese mai pietà, chiedeva semmai amore (che è poi la richiesta più innocente che ci sia!) e immaginava di produrre attorno a sé una realtà nuova che il pensiero autenticava e il cuore ammansiva sino sul limitare dei più intimi affetti. A Overbeck, nel gennaio dell'86, aveva confidato: «non riconosco più un amico chi non colga l'immensa miseria di questa situazione: che un uomo nato per esercitare la più ricca e vasta influenza debba essere costretto a trascorrere i suoi anni migliori in una simile sterile solitudine». Ecco il nodo di tutta la vicenda, ecco cosa produce alla fine la follia. Non poteva aver rapporti duraturi con gli altri, recideva i contatti e poi se ne pentiva, avrebbe voluto ricredersi, vedersi riconosciuto un ruolo determinante e addirittura famigliare. Ma «gli altri» scivolavano oltre, diventavano estranei e inafferrabili. Tutto questo quinto volume che chiude il ciclo vitale dell'esistenza di Nietzsche - morirà nel 1900 a Weimar - ci testimonia di tale atroce realtà; ed è una lezione drammatica anche per chi è abituato a leggere le pagine e i frammenti del filosofo di Röcken. C'è comunque un particolare che separa e distingue le lettere del quinto volume dalle precedenti. E' il particolare della vita di Nietzsche a Torino: nella vecchia capitale sabauda il filosofo si distrae e riposa più che in tutti gli altri luoghi dove aveva vissuto o dove l'insegnamento l'aveva costretto a vivere. A Torino era giunto da Nizza nel 1888 («Nizza m'incanta sempre»), ma mano a mano che la sua mente s'incupiva e i suoi sospetti lo ferivano, sempre più in profondità, la città pareva offrirgli un'accoglienza serena, un riposo: «Ma Torino! Caro amico - scriveva a Koselitz - Caro amico, lasci che mi complimenti con lei! Mi ha dato un consiglio prezioso! E' davvero la città che mi può occorrere adesso! Per me è evidente e lo è stato quasi fin dal primo momento per quanto nei primi giorni mi trovassi in condizioni terrificanti. Soprattutto un miserabile tempo piovoso, gelido, instabile, snervante, con intervalli di mezz'ore afose. Ma che città dignitosa e severa». Neanche le villeggiature, un po' cercate e un po' imposte dalle consuetudine a Sils-Maria, gli erano piaciute tanto, pur inseguito com'era da una malattia che non gli dava scampo, ma che tuttavia la città piemontese addolciva con quella grazia scontrosa che conserva ancora intiepidita e resa brillante anche dalla natura, dal Po, dai giardini, dai palazzi aristocratici silenziosi e apparentemente disabitati e invece densamente popolari di voci e di volti nuovi. Dunque, dal 1888 in poi Torino fu la culla dentro la quale il carattere ormai compromesso del filologo e del filosofo poteva sostare e riposare senza soprassalti di tensioni e di angosce. Eppure, all'editore Ernst Fritzsch scriveva adirato e sprezzante nel novembre dell'88: «Lei ha il privilegiato di avere nella sua casa editrice le opere del primo uomo di tutti i millenni». E a un destinatario rimasto sconosciuto: «Vengo da mille abissi, su cui non ha mai osato affacciarsi nessuno sguardo, conosco altezze dove nessun uccello ha mai volato...». Questo era il suo destino: non potremmo concludere altrimenti, e sempre bisogna volergli molto bene per capirlo, per comprenderne il genio. Come si fa con Leopardi.
Epistolario 1885-1889
 Adelphi, pag. 1358, 100,00

 

 
 

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