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Il vademecum delle Penne nere

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Giovanni Lugaresi
All’apparenza potrebbe sembrare un libro-album per bambini; invece, sfogliando e leggendo, si propone come testo adatto per tutte le età, nel senso che a spizzichi e bocconi, per così dire, anzi, dalla A alla Z, più propriamente, racconta una bella storia.
In «A come Alpini» (Curcu & Genovese editori, Trento; pag. 96 9,00), Ettore Frangipane, già soldato con quel cappello con la penna nera,  scrive di vita militare e… «dintorni». Dalla storia del Corpo e dalla sua esperienza personale, vien fuori un quadro esemplificato ma non per questo meno esauriente. E proprio ricorrendo alle lettere dell’alfabeto  il racconto ha un suo andamento scorrevole, lieve, che spesso fa sorridere per un senso dell’umorismo fine (che si trasferisce anche alle tavole), caratteristica dell’autore. Il quale non è soltanto accattivante narratore, ma pure abile e originale disegnatore.
Ad ogni capitolo-lettera dell’alfabeto corrispondono infatti una pagina scritta e una disegnata. Alla lettera R, per esempio, e quindi R come Rancio, «il pasto del soldato, che una volta rispecchiava la povertà di un’Italia contadina dal ‘menù’ elementare», giusta l’osservazione dell’autore, corrisponde la figura di un alpino seduto a una tavola imbandita: gavetta, posate, tovagliolo, bicchieri, candela accesa, un fiore e un secchiello con dentro una bottiglia. Certo, oggi in caserma non si mangia più nella gavetta, ma alla lettera G, come Gavetta, appunto, l’autore la descrive  perfettamente, l’uso che se ne faceva nelle sue due parti: «un contenitore che può fungere da pentolino e un coperchio che può fungere da piatto». Per cui pasta o minestra venivano servite nel contenitore; il secondo con contorno, nel coperchio. C’era poi anche il gamellino (la gavetta si chiamava anche gamella), per le bevande: al mattino, il caffelatte; ai pasti, il vino. Un libro anche didattico, dunque, perché, per fare un altro esempio, alla lettera N, come Naja, l’autore chiarisce subito: «La naja era il servizio di leva obbligatorio, che vigeva prima dell’ultima riforma delle nostre Forze Armate. Si partiva per il servizio militare, ossia si andava a far la naja. Da cosa deriva questo termine? C’è chi lo fa derivare da noia, chi dal veneto tenaja, ossia tenaglia, un qualcosa che strappava i giovani dalle loro famiglie e li portava lontano, per periodi più o meno lunghi. La mia naja, per esempio, durò 18 mesi. Ma è probabile che nessuna delle due interpretazioni sia quella esatta…».
Naturalmente, Frangipane non manca di avvertire che alpini lo si è sempre, anche dopo aver concluso la naja. Ecco allora, che Alpini in armi e in congedo corrono quando c’è una Emergenza! Lettera E: come emergenza, appunto. «Quando c’è un’emergenza, gli Alpini corrono. Non solo quelli che lo fanno per motivi istituzionali, come al tempo della distruzione di Longarone. Ma, soprattutto gli Alpini in congedo, tutti volontari. Si mettono il cappello in testa, si attrezzano, si raggruppano (tutto è praticamente predisposto e previsto), si associano alla Protezione Civile e partono, organizzati in gruppi autossuficienti. C’è un’alluvione? Arrivano gli Alpini. C’è un terremoto? Arrivano gli Alpini. Quando arrivano gli Alpini la gente si rincuora, perché sa che quegli ex-soldati dalla penna nera danno fondo ai mestieri che conoscono e fanno di tutto, con precisione militare e in più con il cuore in mano».
Ma torniamo alla naja. Un tempo, con gli Alpini c’erano anche i muli e Frangipane non poteva ignorare questa straordinaria realtà delle Penne Nere. Eccoci dunque alla lettera M, come mulo.
«I Muli venivano arruolati né più né meno come gli Alpini. Servivano a trasportare di tutto, ma soprattutto i cannoni, smontati nei loro singoli componenti». E a proposito di questi quadrupedi che hanno sempre dato un grande contributo, l’autore cita anche un passo di «Centomila gavette di ghiaccio» di Giulio Bedeschi, emblematico della funzione svolta dai muli nella campagna di Russia, specialmente durante il ripiegamento.
Adesso, di muli nell’esercito non ce ne sono più: «i tempi sono cambiati, la loro epoca è finita. Ma ai tanti Muli che soffrirono e perirono con i nostri Artiglieri, sottolinea Frangipane, va riconosciuto del rispetto». Ed è per questo che scrive con la «M» maiuscola! Trattandosi di uomini della montagna, non poteva mancare alla lettera P, come Polenta, la polenta stessa, piatto tipico, sottolinea l’autore, delle Penne Nere. Ultimo, ma non ultimo, il cantare alpino. Ecco allora le voci Coro e Capitano, sì, il «Capitan della compagnia che l’è ferito e sta per morir». L’autore avverte di una probabile realtà del passato. Si dice infatti che nel 1528, un tale testamento spirituale fosse stato lasciato dal Marchese di Salusso, Michele Antonio. Ma, per saperne di più, non resta che scorrere le pagine di questo originale «vademecum» che incomincia con la lettera A (come Alpino) e finisce ovviamente con la lettera Z (come zaino).
A come Alpini
Curcu&Genovese, pag. 969,00

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