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Un viaggio nelle parole grazie a Luigi Malerba

Un viaggio nelle parole grazie a Luigi Malerba
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 La traduzione italiana dell’espressione dialettale «alchèr al piatt» è leccare il piatto. Così ci dice Luigi Malerba nel volume «Le parole abbandonate. Un repertorio dialettale emiliano» (dal 13 gennaio in allegato alla Gazzetta di Parma a 8,80 + il prezzo del quotidiano). Malerba tuttavia non si limita a tradurre. Perché sempre un’espressione linguistica, in questo caso un’espressione del nostro dialetto parmigiano, quello parlato dalle nostre nonne soprattutto nelle campagne della Bassa e dell’ Appennino, nasconde un intero universo. 

 «C’è l’abitudine – dice Malerba – nelle famiglie contadine più povere, di leccare il piatto alla fine del pasto. Significa alzarsi da tavola con la fame non placata del tutto. È l’opposto simmetrico dell’antica usanza cinese di lasciar qualcosa sul piatto per mostrare che si è sazi».
 Questo il mondo contadino celato negli accenti del nostro dialetto. Una lingua in cui la parola «resdora» comunemente tradotta come casalinga, cela l’intero universo della condotta di una casa di una volta oltre che denunciare, con la mancanza del corrispondente maschile, una sorta di matriarcato casalingo, di contro al lavoro esterno di competenza maschile: 
«La resdora – dice Malerba – fa da mangiare e amministra il cibo, decide quando si deve incominciare a affettare il prosciutto (linsèr al persütt) e fa durare le scorte di farina per il pane e per la polenta fino al nuovo raccolto».
Le parole abbandonate è una sorta di «catalogo di parole» raccolto nella media valle del Taro, piccola porzione di terra già scenario dei racconti della «Scoperta dell’alfabeto» e luogo d’origine del grande narratore. Con questo repertorio dialettale Luigi Malerba restituisce la voce ai contadini che popolavano la campagna isolata e diffidente persino nei confronti della lingua italiana che identificava i forestieri e le autorità costituite. Un tentativo, come dice Malerba stesso nel libro, di ricomporre l’immagine di una cultura contadina in disgregazione ricordando un certo numero di parole dialettali alle quali corrispondono, o corrispondevano, altrettanti oggetti, strumenti, funzioni. Il repertorio lessicale, nel quale le parole sono esaminate e raggruppate in capitoli tematici (la casa, la terra, il lavoro, le bestie, gli uomini, il cibo), è lo specchio di una società che ha un passato millenario quasi immobile, tutto al di qua della meccanizzazione dell’agricoltura, che coincide praticamente con l’abbandono delle campagne più povere.  Le voci del catalogo sono spesso microracconti che restituiscono al vivo usi e costumi, attrezzi dimenticati, modi di vivere, di cucinare, di governare la casa e persino di dormire.
Il volume è corredato da un inserto fotografico a cura di Valerio Tosi. «La vita delle cose» – questo il titolo dell’inserto – è una raccolta di scatti che ritraggono oggetti d’uso contadino, alla ricerca del lato umano delle cose. Il set è il Museo Ettore Guatelli, a Ozzano, un museo del quotidiano contadino. Le cose custodite nel museo, testimoni della storia comune di uomini e donne «dell’età del pane», sono in grado di narrare storie di gente, così come le parole raccolte da Malerba all’interno di un repertorio narrativo sono capaci di mantenere ancora viva la loro presenza a nutrimento della memoria.    
 

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