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Classicismo dall'Adige alla Neva

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di Pier Paolo Mendogni
La pittura del Settecento veronese è stata sovente trattata come un’appendice minore di quella veneziana mentre ha una sua autonomia e originalità con caratteristiche diverse soprattutto nel nobile classicismo che la contraddistingue e che ha portato i suoi due maggiori esponenti, Giambettino Cignaroli (1706-1770) e Pietro Rotari (1707-1762), a una fama europea e a rapporti intensi, soprattutto il secondo, con le corti di Dresda e di San Pietroburgo, nelle quali ha soggiornato vari anni. Anche a Parma vi sono loro tele in varie chiese e in Galleria Nazionale. Questo felice momento dell’arte scaligera viene indagato e illustrato nella mostra «Il Settecento a Verona. Tiepolo, Cignaroli, Rotari. La nobiltà della pittura» in corso (fino al 9 aprile) nel Palazzo della Gran Guardia (catalogo Silvana Editoriale); l’hanno curata Fabrizio Magani, Paola Marini e Andrea Tomezzoli, che hanno radunato ben 150 lavori tra dipinti, sculture, disegni, stampe e documenti provenienti dai maggiori musei europei. Già Luigi Lanzi nella «Storia pittorica della Italia» (1789) aveva colto questa particolare situazione della scuola veronese segnalando le sue caratteristiche: la precisione disegnativa, il controllo della forma in coerenza col soggetto rappresentato, una garbata eleganza che non rinuncia a una concretezza plastica. Una notevole importanza ha assunto l’istituzione dell’Accademia (1764) promossa da Giambettino Cignaroli, ma in precedenza Antonio Balestra (1766 - 1740) aveva tenuto a Verona un’affermata scuola (come aveva fatto a Roma, Napoli e Venezia); gli era succeduto Pietro Rotari, uno dei suoi primi allievi, che creava anche una sezione speciale per i figli dei nobili e più tardi riusciva ad ottenere a pagamento il titolo di conte.
La sua partenza per Vienna lasciava il campo libero a Cignaroli, che non veniva insidiato dal Tiepolo fermatosi in città lo stretto necessario per affrescare il soffitto del salone di Palazzo Canossa e cinque medaglioni. Altri artisti di chiara fama sono giunti a Verona – città ricca per l’agricoltura fiorente e colta sotto la spinta del marchese «illuminato» Scipione Maffei, che aveva studiato a Parma dai gesuiti – e ne hanno ripreso gli aspetti più significativi come mostrano le vedute dipinte da Van Wittel, Giovanni Battista Cimaroli e Bernardo Bellotto e quelle incise dal parmigiano Dionisio Valesi. Nel periodo in cui dominava Antonio Balestra (un suo Sant’Ilario si trova a Parma nella cripta del Duomo) giungeva a Verona il parigino Louis Dorigny i cui personaggi dal volto porcellanato si muovono con lenta gestualità teatrale («Raccolta della manna nel deserto») anche quando compiono banali azioni quotidiane come Betsabea che si fa fare il pedicure da una serva. I veri protagonisti sono Pietro Rotari e Giambettino Cignaroli. Le figure femminili dei quadri di Rotari (Maddalena, Siringa) hanno occhi rivolti al cielo e fanno gesti ampi con le braccia nude; le scene, ben disegnate, presentano un sapiente equilibrio compositivo e studiati effetti di lievi contrapposizioni cromatiche. Fra le varie opere figura il modelletto preparatorio del «San Francesco Saverio battezza gli indigeni» (1743-44) che l’artista ha eseguito per la chiesa di San Rocco dei gesuiti parmigiani con devozionale magniloquenza; il soggetto è stato pure inciso all’acquaforte dal parmigiano Dionisio Valesi: nello stesso anno Rotari ha dipinto il «Martirio di Sant’Orsola» che le orsoline hanno collocato nella loro cappella, sempre in San Rocco.
Più intensi rapporti con la nostra città ha avuto Giambettino Cignaroli, nominato accademico di Parma già nel 1759 e in contatto epistolare col Frugoni e col Boudard. Il viso di una grazia delicata della «Madonna col Bambino e San Tommaso di Villanova» (1768) è simile a quello della Vergine dello straordinario «Riposo durante la fuga in Egitto» (1766) della chiesa di Sant’Antonio abate; così il bellissimo angelo che con gesto amorevole protegge un bimbo nel dipinto della «Madonna con Bimbo e santi» (1759) di Madrid ha le stesse grandi ali piumate, lo stesso mantello rosso steso parzialmente sulle gambe dell’elegante «Angelo custode» (1754) della chiesa di San Sepolcro; infine l’impianto scenico del complesso «Redentore con santi e anime del Purgatorio» (1764) richiama quello della «Trinità con santi», realizzato lo stesso anno per la chiesa della Steccata. I modelletti dei dipinti parmigiani coi relativi prezzi si ritrovano nell’inventario redatto dal nipote Saverio Dalla Rosa alla morte del pittore. In una rassegna così vasta i lavori da segnalare sarebbero tanti.
Non si possono tuttavia ignorare i ritratti del Rotari, iniziando dalle «Teste di ragazze» di grande qualità, disegnate con precisione miniaturistica e con una ingenua ostensione dei sentimenti. Negli straordinari ritratti di personaggi importanti l’artista raggiunge vette di eccezionale virtuosismo nella descrizione degli abiti femminili e dei preziosi gioielli che indossano le aristocratiche dame che guardano il mondo con formale distacco. Infine il Tiepolo col modelletto del soffitto di Palazzo Canossa, distrutto negli ultimi giorni di guerra (1945) e oggi ricreato virtualmente col sistema digitale: lo accompagnano i medaglioni monocromi, salvatisi perché staccati in tempo.ln mostra «Eliodoro saccheggia il tempio» di Giambattista Tiepolo e «Testa di fanciulla» di Pietro Rotari. 

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