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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - L'ultimo dolore di Duilio

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Gianni Croci

Duilio aveva tenuto duro a casa con sua moglie Mara che l'aiutava ma all'ultimo con l'incedere della febbre e della malattia, una cattiva malattia, si era convinto a sottoporsi a una cura drastica e capillare, tanto da farsi ricoverare all'ospedale.
Il male di Duilio era un regalo della vecchia fabbrica del vetro dove aveva lavorato avvolto nel calore dei cinquanta gradi delle colate per oltre trent'anni della sua vita.
I suoi polmoni erano cotti dall'estrema temperatura, ridotti come una vecchia spugna dopo aver lavorato con tanto detersivo fino al punto di rifiutarlo. Era il suo lavoro e non poteva farci niente. Aveva sempre lavorato senza mai chiedere giorni di malattia o visite precauzionali. Non era un lavativo, Duilio. E non gli piaceva chiedere: né sigarette né favori. Con Mara non avevano bambini e nessuno dei due si era dato troppo da fare per averne. Andava bene così e non si lamentavano. Il destino dei figli spesso è di seguire il destino dei padri e Duilio preferiva lasciare le cose come stavano e non scomodare la Natura o il Padre Eterno per lasciare a un ipotetico figlio un destino migliore del suo. Avevano dovuto operarlo con urgenza e la degenza sarebbe stata lunga. Ci voleva pazienza e i medici non si sbilanciavano. Era una giornata uggiosa, grigia, pesante. Duilio era seduto sul letto, la giacchina azzurra del pigiama con le maniche rimboccate, la barba tagliata al mattino già cominciava a pungere sulle scarne gote di Duilio che si accarezzava la faccia con le mani magre e le unghie lunghe come a voler levigare quella superficie puntuta e grinzosa. Dopo mangiato si era lavato la bocca e bevuto un caffè dalla macchinetta. Duilio, impazientemente, aspettava Mara. Era un pomeriggio di sabato di fine novembre, le strade erano bagnate e, per il prossimo Natale, avevano già montato le luminarie.
- Sergio, accelera. Sai com'è apprensivo Duilio se non mi vede arrivare, se non sente i miei passi quando entro in corsia- .
- Mi sembra che da te Mara, Duilio pretenda un po' troppo. Sei molto più giovane di lui e non sei una santa. Ti ha dato una casa ma tu l'hai sempre servito e aiutato e da quando è malato non l'hai mai lasciato solo un momento. Sempre con Duilio. E trascuri anche me - .
- Tu sei venuto dopo. Quando la mia unione con Duilio ha cominciato a mostrare crepe e cedimenti quotidiani. E anche la malattia ha influito negativamente, molto negativamente, sulla nostra vita in comune. Ci ha fuorviato rendendoci nervosi e portandoci fuori dalla vita che si conduceva insieme. Tutto il nostro futuro si è presentato più buio del buio -.
Sergio aveva allungato la mano e accarezzato delicatamente la coscia sinistra di Mara.
- Stai buono Sergio: guida e fai attenzione alla strada. Quello che penso lo sai ma non posso abbandonare Duilio in questo momento. Sarebbe il suo ultimo dolore. La verità sulla malattia di Duilio io la conosco- . Mara, di solito, prendeva l'autobus per recarsi all'ospedale. Ma oggi erano andati in una pizzeria fuori mano a farsi una pizza. Si era fatto tardi e Sergio le aveva offerto di darle uno strappo con la sua automobile.
- Passa che il semaforo si è fatto verde -. Mara aveva tirato fuori dalla borsetta il pettine per dare una smossa ai capelli e il rossetto per una ritoccata alle labbra. Si era anche data una passata al viso con il fard. Adesso si sentiva più a posto. Mara non era più la ragazzina che aveva conosciuto e vissuto il proprio passato ma oggi era la donna che già conosceva il suo futuro. Quando l'automobile entrò nel viale dell'ospedale Mara disse: - Ecco dopo la curva ferma che ci siamo -. - Faccio un giro e vengo a prenderti tra mezz'ora, quaranta minuti - le rispose Sergio.

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