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Arte-Cultura

Quel dialetto dei nostri antenati

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 Le parole abbandonate, di Luigi Malerba, in edicola in questi giorni con la Gazzetta di Parma  (Mup Editore), è – come dice l’autore stesso – un «tentativo di ricomporre l’immagine di una cultura contadina in disgregazione utilizzando un certo numero di parole dialettali alle quali corrispondono, o corrispondevano, altrettanti oggetti, strumenti, funzioni».  Un repertorio dialettale emiliano, come recita il sottotitolo, che raccoglie parole, oggetti e strumenti della nostra tradizione contadina, restituendo la voce alla campagna parmense – in particolare alla zona di Berceto, per lungo tempo isolata e diffidente persino nei confronti della lingua italiana che identificava i forestieri e le autorità.

A seguire proponiamo alcune delle voci dialettali pubblicate nel testo, le quali, grazie alle spiegazioni di Malerba che si articolano quasi come piccoli racconti e divise per aree tematiche,  contribuiscono a creare una sorta di summa della sapienza popolare contadina.
La ca’ Brònza. Pentola. Sembra prendere il nome dal bronzo, ma in realtà era di rame prima che si diffondesse l’uso dell’alluminio. La pentola di rame deve essere stagnata periodicamente all’interno allo scopo di evitare la formazione dell’ossido di rame, tossico. Questa operazione la fanno sul luogo gli stagnini (i magnàn) ambulanti. La parte interna da stagnare viene prima lavata con l’acido solforico e quindi vi si versa lo stagno fuso che viene spalmato sulla superficie con un batuffolo di stoppa. In ca’ sùa a-gh’é sèimper la brònza pièina, si dice della massaia (resdùra) che sa amministrare con saggezza le risorse famigliari.
Ca’. Casa. L’ideale del contadino è di avere una casa cun tütt i sò còmed, con tutte le sue comodità. Le comodità si riducono a poco: le porte che non lasciano passare gli spifferi nella stagione fredda, il camino che non fa fumo, una cucina grande e calda, lo spazio per conservare all’asciutto il grano e la farina, una cantina fresca per il vino e i salumi, una camera da letto con una buona esposizione e perciò senza umidità. Di solito la camera da letto viene collocata sopra la cucina in modo che il calore del camino o della stufa la riscaldi durante l’inverno.
 Un calendario, un ventaglio di cartoline con un mazzetto di spighe di grano, una carta a fiori e pizzi per la credenza a muro, qualche fotografia in cornice, sono le uniche concessioni decorative all’arredamento. Il resto risponde solo a criteri di utilità. Le pareti interne vengono imbiancate a calce ogni due o tre anni.
 Per ottenere che le scrostature dell’intonaco vengano riparate, le donne devono fare infinite lamentele perché il contadino raramente sa fare lavori con la calce. È più facile che sappia riparare una porta o una finestra, ma anche per questi lavori di piccola falegnameria in genere è pigro e maldestro. In ogni caso sarà più facile che chiami il muratore o il falegname per riparare la porta della stalla che quella di casa. Ai mobili si pensa una volta sola nella vita, al momento del matrimonio, e poi saranno quelli per sempre.
 La casa è fatta di pietra a vista rozzamente stuccata e solo le case più antiche esprimono talvolta qualche pretesa, come l’arco di pietra sulla porta d’ingresso, il cornicione sotto il tetto, le finestre riquadrate con pietre scalpellate. Quasi sempre la stalla fa corpo unico con la casa abitata e il fienile sta sopra la stalla. A fianco della stalla o della casa ci può essere una tettoia per tenere al riparo il carro e gli attrezzi. Il pollaio e il porcile in genere sono staccati dalla casa. I tetti antichi sono coperti con lastre di ardesia, quelli più recenti con i coppi.
Càsa. Cassa. La càsa è la cassa dove si tiene la farina, mentre il grano si conserva nel casòn (ma casòn è anche quello che si monta sul sasètt del carro). La càsa si tiene in cucina, come la madia in altre regioni, mentre il casòn sta in soffitta o comunque nei piani alti della casa per conservare il grano all’asciutto. La càsa si tiene coperta con il tavlott sul quale si setaccia la farina, si impasta il pane, si stende la sfoglia (la fujè) e poi si preparano le tagliatelle (el tajadéli) o si lavorano le torte nei giorni di festa. Con càsa si intende anche la cassapanca che contiene il corredo della sposa e che poi si conserva in casa come mobile.
Létt. Letto. Linsöl (lenzuolo), cuèrta (coperta), fédra (federa), pajòn (pagliericcio, paglione), cüsèin (cuscino), materass (materasso: ed làna, ed crèin, ed piüma). Fèr al létt, rifare il letto. Quando in casa c’è poco spazio, i bambini si mettono a dormire in due nello stesso letto, uno da capo e uno da piedi, vòn da cò e vòn da pé. In senso figurato si dice al dorma da pé di chi non ci sa fare, di chi sbaglia tutto.
LUIGI MALERBA
 

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