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Conversazioni e verità scomode

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di Sergio Caroli
Un’aspra contesa non solo politica accompagna dal 2009 l’iter parlamentare delle modifiche relative alla normativa sulle intercettazioni telefoniche e ambientali. Su questo tema Mario Dovinola, pubblico ministero presso la Procura di Roma, ha composto un’opera dall’impianto narrativo assai originale, che, intrecciando il romanzo poliziesco al libro-documento, rischiara con procedimento illuministico i labirinti della controversa questione. Titolo «Intercettazioni - L’indagine dell’ispettore Pinto» (Aracne editrice, pagine 163, euro 8). E’ la storia di una indagine che vede protagonisti un ispettore di polizia, il dirigente suo superiore ed il Pubblico Ministero e che si dipana attraverso agili dialoghi, intercettazioni telefoniche e ambientali, tabulati e trascrizioni da satellite. Nel corso dell’indagine, dibattendo i tre la questione, prendono corpo i loro rispettivi orientamenti. Spettatore per caso di un incidente stradale a Cava dei Tirreni, nel Salernitano, nel quale una donna ha perduto la vita, l’ispettore Pinto intraprende le indagini. Lo insospettiscono le ambiguità e le reticenze di alcune persone che risultano estranee all’incidente. Con il proprio dirigente Pinto accumula indizi su di un altro reato, assai più grave dell’omicidio colposo; la qual cosa obbliga il gip ad autorizzare le intercettazioni richieste dal Pm. Il lettore - è lo scopo dichiarato di Dovinola - potrà intendere l’utilità e la necessità degli strumenti d’indagine, l’uso dei quali settori della politica vorrebbero limitare. «Il racconto - scrive nella prefazione Mario Almerighi, magistrato ed ex componente del Csm - trascina nel cuore degli eventi, traducendo quella che potrebbe essere una noiosa lezione di diritto nella viva ricostruzione di una indagine dal sapore giallistico».   
Dottor Dovinola, il suo libro intende informare sull'importanza delle intercettazioni nelle indagini della polizia giudiziaria e sugli effetti di un ulteriore limitazione del potere di disporle. Può spiegare perché?
Ho voluto scrivere questo libro per mettere in condizione il cittadino comune di farsi direttamente un’idea sul mondo delle intercettazioni. I dibattiti mediatici non hanno mai informato, sono stati piuttosto la sede in cui i partecipi, dell’una o dell’altra fazione politica, hanno lanciato messaggi finalizzati a colpire l’ascoltatore, e ad accaparrarsene il consenso. A dire la verità, pochi minuti di intervento alla tv o alla radio non consentono neppure di scendere nel dettaglio, leggere per intero gli articoli del codice di procedura penale, confrontarli ed analizzarli.
Conclusa l’indagine, gli immaginari protagonisti provano ad applicare al caso in esame la cosiddetta «legge bavaglio». Con quali esiti?
Le intercettazioni, telefoniche ed ambientali, attivate secondo le attuali regole del codice di procedura penale, hanno consentito ai miei investigatori di scoprire reati gravi. A fine lavoro ho pensato fosse interessante sperimentare le nuove regole sul caso concreto: ebbene le modifiche approvate dalla Camera dei Deputati avrebbero impedito di raggiungere l’obiettivo. Non così le regole come modificate dal Senato.
Lei ha tentato di trasferire il dibattito sull'autonomia della magistratura nella materialità di un’indagine. Che tipo di magistratura ne esce?
Io ho portato nella storia che ho raccontato la mia esperienza di Pubblico Ministero, vissuta prima alla Procura di Marsala e poi a quella di Roma. Nel mio lavoro non ho mai cercato il «colpo», o lo «spot», o la notorietà. Il pubblico ministero dell’indagine lavora anche di pomeriggio, cerca di supportare gli investigatori in un’indagine importante, di incanalare le loro iniziative su binari processualmente regolari. Come il dottor Pensolino è la grande maggioranza dei magistrati.
Non teme l’accusa di aver scritto un libro troppo «a tesi»?
Nel cercare di illustrare i meccanismi processuali e far capire come si intersecano con la realtà di un’indagine certamente sono partito da una convinzione: le intercettazioni sono necessarie per ottenere buoni risultati investigativi. È questa la mia tesi. Invadere la privacy altrui è consentito al Pubblico Ministero al fine di difendere altri importanti interessi della collettività.
Esponenti politici hanno spesso definito «finalizzate a colpire ma non ad informare», posizioni analoghe a quelle da lei espresse. Cosa risponde?
L'obiettivo dei politici è creare nell’elettorato il consenso verso una modifica legislativa così importante. Per questo avversano chi sostiene argomentazioni analoghe alle mie, e tentano di spostare l’attenzione sull'aspetto indubbiamente critico di questa attività che è la violazione della sfera privata, e sulla necessità di limitare il raggio d’azione di chi esercita questo potere.
Non teme che l’argomento del libro sia superato, data la nuova fase politica attraversata dal Paese?
Io credo che l’informazione non sia mai superata. Un’informazione corretta è un patrimonio che sosterrà chi lo possiede in qualunque occasione. E penso che occasioni ci saranno anche a breve, perché tutti i partiti politici hanno a cuore il problema legato all’ascolto di conversazioni riservate, che può avvenire nel corso di un’indagine; dialoghi che possono giungere all’attenzione dell’opinione pubblica attraverso giornali o tv. Attuare modifiche normative dirette a regolamentare la diffusione di queste notizie è un problema trasversale, che verrà ripreso non so se dall’attuale governo «tecnico», ma certamente dal prossimo, qualunque esso sia.
«Intercettazioni - L'indagine
dell'ispettore Pinto»
Aracne, pag. 163, 8,00

 

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