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E Maria Luigia diventò giardiniera

E Maria Luigia diventò giardiniera
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 di Chichibìo

Alla base dell’atto epistolare c'è sempre un equivoco di fondo: la lettera, infatti, da un lato costruisce un contatto, avvicina; dall’altro, segna la distanza, attesta confini. In mezzo si configura uno spazio di nessuno dove le parole rischiano di perdersi e i fatti di svanire: «I baci scritti non arrivano a destinazione - scrive Kafka -, li bevono i fantasmi per strada». Quello spazio, però, coincide anche con quanto porta la scrittura, è il luogo dove le cose assumono fisionomia e si caricano di significati. Quello spazio, nel piccolo corpus di lettere analizzate (una trentina, tra il 1798 e il 1904, conservate dai fondi del Museo Lombardi e della Biblioteca Palatina e scritte da personaggi illustri della Parma di allora) nel libro «Caro amico ti scrivo...» - che sarà presentato venerdì, ore 16,30, a Palazzo Soragna, Strada al ponte Caprazucca -  Mariangela Rinaldi lo ha riempito cercando le notazioni golose, arricchendole col corredo di una serie di ricette del tempo e servendole a noi, «fantasmi» appostati sui bordi della strada e pronti a coglierle. Tra curiosità e cose banali (scarpe da aggiustare, richiesta di biancheria..), emerge il legame particolare che chi scrive ha col cibo, specie con quello della propria casa. Si legge, per esempio, della passione del conte Sanvitale per la polenta, allora cibo per ricchi (si è alla fine del Settecento e il mais non era ancora alla base della cucina contadina); o dell’attenzione di Maria Luigia per l’orto («sono diventata giardiniera») che la spinge a chiedere alla marchesa Montebello di inviarle «il più completo assortimento di legumi e di tutte le specie d’insalata e di radicchi che esistono in Francia, come in Belgio ed in Olanda». Non si pensi, però, a dietetiche insalate, perché le ricette di Vincenzo Agnoletti, cuoco di corte, prevedevano di arricchirle, tra l’altro, con carni e pesci freddi, uova sode, salse d’acciughe, capperi, mostarda. Fragole e ciliegie fanno la gioia di Guglielmo e Albertina, figli di Maria Luigia, e quest’ultima rivela un attento spirito critico quando nota che il gugelhuf (dolce lievitato con uva sultanina) mangiato in un pic-nic fuori casa è più leggero e migliore di quello che abitualmente faceva il loro pasticcere. Non era invece la leggerezza che cercava il baritono Domenico Cosselli quando, da Napoli, scrive all’amico Paolo Toschi per prenotare, al suo ritorno in città, un «tortellicidio» di almeno una «cinquantina» di esemplari da consumarsi in compagnia. Sullo stesso registro è la dichiarazione d’amore che il marchese Guido Dalla Rosa Prati fa al maiale: «amo il porco», scrive, cui si deve «il piacere di vivere una vita quieta e tranquilla» - e la succulenta ricetta di famiglia del lombo ripieno sembra confermarlo. Alberto Sanvitale, in vacanza a Nizza, rimpiange di non essere a Fontanellato a «fare il mio solito pasto da cannibale» in occasione dell’uccisione del maiale. Ed è sempre lui che, in missione militare a Palermo, si porta appresso una spalla di San Secondo (quella resa famosa dalla ricetta di Verdi) da mangiare con gli amici: riceverà «un’ovazione generale», pur non essendo stata cotta a puntino. Nella famiglia Sanvitale si amava il risotto alla milanese ed ecco un amico che manda un sacchetto di riso dal Veneto, già allora zona vocata per quella produzione: la ricetta dell’epoca, oltre allo zafferano, prevede l’uso di cervellato (grasso variamente speziato), sugo d’arrosto, funghi e tartufo. Per i vini, meglio rivolgersi altrove: così la principessa Anna Meli Lupi li acquista a Bordeaux presso il Chateau de l’Estonnat in Medoc e Giuseppe Verdi quando, quasi novantenne, si lamenta col suo fornitore che «le casse di vino da lei speditemi diversi giorni fa non mi sono ancora arrivate», si riferisce al chianti Pomino dei fratelli Conti, che il Maestro prediligeva su ogni altro e i cui fiaschi erano sempre sulla sua tavola. Infine, le parole più melanconiche sono quelle che Guglielmo di Montenuovo, figlio di Maria Luigia, indirizza da Vienna al nipote Alberto Sanvitale: tra i ricordi di un tempo felice c'è quello del salame, «ho una voglia matta di mangiarne», e precisa che pensa a quello «fatto in campagna...cento volte meglio di quello fatto in città (con carne di cavallo, asino, bue, pepe e spezie)». E come non essere d’accordo col vecchio Conte? 
  Caro amico ti scrivo...
Tecnografica, pag. 216, 8,80  (più il prezzo del quotidiano)    
 

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