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Il racconto della domenica - Prigioniera di un male oscuro

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Maria Denis Guidotti

E’ una mattina come tante. Salgo in macchina per recarmi al lavoro ma sono molto stanca, ho un malessere generale ma sono certa passerà, è certamente dovuto al cambio repentino di stagione. Termino con estrema fatica il mio compito, riprendo l’auto e torno a casa, parcheggio ma, mentre passo davanti al bar per raggiungere il mio ingresso, svengo.
Riapro gli occhi e sono sdraiata a terra, circondata da molte persone, facce conosciute e non; in lontananza sento delle sirene, farfuglio il mio disappunto ma non riesco a rialzarmi. Mi portano velocemente in ospedale, ne uscirò dopo tre giorni, per poi divenirne una «cliente» fissa per due anni. All’atto delle dimissioni, il professore di reparto entra nella mia stanza, accompagnato dalla caposala; chiudono le porte alle loro spalle e mi si avvicinano con un’aria serafica, che non fa presagire nulla di positivo. Mi spiegano che tipologia di accertamenti hanno effettuato, tra un’esposizione e l’altra sorridono, fanno qualche battuta, che ritengo siano forzate, poi d’un tratto recepisco: «… Signora, allora, ci accordiamo, anche se riteniamo che questo intervento lo debba effettuare quanto prima, è già abbastanza tardi…».
Faccio alcune domande ma loro mi consegnano una lettera e mi caldeggiano a presentarla, quanto prima, al mio medico di base. Ho molta confusione in testa, la sento ovattata, non riesco a capacitarmi di cosa mi sia persa del loro resoconto, temo esserne, comunque, una parte fondamentale. Tutto passa, temporaneamente, quando riabbraccio mio marito e mia figlia; sono rasserenata dal ritrovarmi a casa e di tornare alle mie abitudini.
Passano pochi giorni e, quando mi reco dal mio medico, acquisisco in maniera chiara la parte che il mio cervello aveva cancellato: ho un tumore. Sono operata nel giro di alcuni giorni e, nonostante la vicinanza dei miei cari e di pochi intimi amici, sono completamente a terra, non solo per il tipo di intervento ma anche per i dolori postumi conseguenti. Il vero male, oltre a quello fisico, è quello psichico, invisibile agli altri, perché mi sento defraudata nel mio essere donna, nella mia femminilità, nell’anima e nell’intimità. Mi parlano di ricostruzione, quella che si potrebbe eventualmente fare in un secondo tempo. Oggi come oggi, si riesce a superare brillantemente questo tipo di malattia, sia grazie alle cure mirate che ai supporti fisici e morali che con essa mi verranno dati. La mia positività è adombrata dalla paura, la volontà dal malessere fisico, la determinazione dalle conseguenze, il futuro dal calvario con un esito incerto.
Quindici giorni, questo è il periodo intercorso dalla mia libertà alla prigionia. Mi sento in balìa degli eventi, non riesco a contrastarli e li subisco. I miei lunghi capelli neri iniziano a riposare inermi sul cuscino o quando mi lavo; non ho neanche la necessità di pettinarli, è come se avessero già scelto la strada da intraprendere. Decido di rasarmeli completamente: è uno shock ed il segno inequivocabile del mio male oscuro.
Non sono preparata a parrucche ma neppure alla nuda testa e così opto, come tante, per foulard e bandane. E’ l’unica inquietudine che riesco a esternare, così una cara amica si prodiga immediatamente per procurarmi un delizioso cappellino, fatto ad uncinetto e di cotone, per evitarmi tutti gli inconvenienti dettati da prurito o sudore; siamo quasi in estate e questi continui cambiamenti di tempo non facilitano questa elementare scelta.
Il peggio è, però, in agguato:  il mio stomaco inizia a salire sulle montagne russe, poi scende precipitosamente a terra, sembra voler provare l’ebbrezza del triplo salto mortale, non lasciando né a me né a se stesso un poco di calma ristoratrice. Vorrei rinchiudermi in casa, non riesco a tollerare gli sguardi di commiserazione e neppure quelli curiosi o perplessi. Voglio isolarmi!
Anche questa mia decisione è presto demolita dagli amici che non me lo permettono, anzi, sono i motori trainanti per farmi uscire dal mio «sequestro». Alterno momenti di sconforto, in cui mi riesce solo di associare la mia malattia alla genetica familiare. Penso a mia zia, che se ne andò a quarantasette anni, penso a mia mamma, al calvario che ha dovuto affrontare nel vedersene andare la sorella ed ora devo comunicarle che anch’io sto affrontando il cupo male.
Immagino già il suo sorriso senza tempo incresparsi amaramente, il suo già provato cuore tentare una fuga dal macigno che le sta arrivando addosso. Gli amici si ostinano a parlarmi di futuro, di tutti i nuovi e probabili progetti che potrò intraprendere quando, finalmente, alzeremo i calici per brindare alla vittoria della mia liberazione  e a una nuova vita che mi si presenterà innanzi.
Penso a quella ragazza di sedici anni che era accanto a me durante le terapie: mi riscaldano il cuore il suo sorriso e la sua carica di grande condottiero. Lei è determinata a combattere, vuole uscirne vincente e mi rimbombano le sue parole: «Forza Liu, anche oggi vogliono vedere quanto sia forte la nostra tempra di donna, sorridiamo alla vita, ci sta aspettando».
Sarà…
Purtroppo vivo queste mura come un luogo di vita e di morte, dove incrocio sguardi persi nel vuoto e mani tese, in cui sento pianti sommessi e, a volte, grida o mesti sussurri, dove si miscelano richieste d’aiuto e di affetto a gesti d’attenzione e protezione; è il luogo in cui la comune esperienza di vita ci spegne lentamente il desiderio di andare incontro al domani. Abbiamo subìto insieme la ferocia del nostro sequestratore, il dolore e il sentimento di doverci convivere forzatamente, abbiamo sempre regalato un sorriso amaro a chi cercava di dirci che, presto, sarebbe tutto finito ma ora possiamo veramente sorridere alla nostra seconda possibilità.
Sono rinata!
Quanto è bello riscoprire il piacere di piccoli gesti, la libertà di poter assaporare i tuoi cibi preferiti senza la paura di rimetterli, poter bere indifferentemente un bicchiere d’acqua o uno di buon vino, godere  la gioia di chi, accanto a me, ha rivisto pianin pianino crescere i miei capelli, sentirmi di nuovo pronta a parlare e progettare un nuovo lavoro ma, soprattutto, riabbracciare con forza, gioia e serenità la mia vita, la mia indipendenza, il mio futuro da donna liberata. 

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  • mariaeugenia

    06 Maggio @ 12.10

    Denis, il tuo racconto è così vero, toccante e pieno di forza che lo dedico alle mie care amiche per le quali una nota positiva è più che indispensabile. Oltre che complimenti, grazie!

    Rispondi

  • claudio

    03 Febbraio @ 12.43

    Brava Denis....mi piace come scrivi. Il breve racconto scorre velocemente . L'argomento trattato è molto attuale , triste , spaventoso.......ma apre uno spiraglio positivo nelle persone che combattono gravi malattie . Un bacio . Claudo

    Rispondi

  • Barbara

    31 Gennaio @ 14.13

    "Tasto della vita difficile da affrontare. Rifiuto, non accettazione la fanno da protagonisti... Bisogna sempre sorridere alla vita!!! E brava mdenis bel messaggio di forza e speranza".

    Rispondi

  • Sergio

    31 Gennaio @ 09.51

    Non mi era mai successo di leggere un racconto tutto di un fiato, trascinato in un tourbillon di emozioni come se fosse la mia storia. Con il desiderio e la speranza di "leggere" un lieto fine. Coinvolgente, brava.

    Rispondi

  • Lalli

    30 Gennaio @ 18.01

    Questo racconto mi é piaciuto molto; io leggo veramente poco in genere, ma devo dire che i racconti della Guidotti li leggo sempre molto voletieri. mi complimento anche con l'autrice per il modo scorrevole con cui scrive e la sottigliezza e per il modo di trattare cerri argomenti. anche importanti come questo. Complimenti davvero!

    Rispondi

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