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Mauthausen, memoria dell'orrore

Mauthausen, memoria dell'orrore
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Francesco Mannoni

Mi chiamo Gianfranco Maris e sono nato tre volte. La prima, il 19 gennaio 1921 quando nacqui; la seconda, ufficialmente, quando fui registrato all’anagrafe del comune di Milano, il 24 gennaio 1921; la terza il 5 maggio 1945, quando, arrampicato in cima alla scala di una torretta del campo di concentramento di Gusen - Mauthausen, vidi arrivare una camionetta con i soldati americani». Alla bella età di novantun anni, l’avvocato Gianfranco Maris ha deciso di raccontare in un libro scritto con Michele Brambilla, «Per ogni pidocchio cinque bastonate»  (Mondadori, pp.132, ¤ 17,50), la sua deportazione e detenzione a Mauthausen, uno dei più grandi campi di concentramento nazisti formato da quarantanove sottocampi. Costruito nel 1939 quando la guerra era già iniziata, la media di detenuti morti a Mauthausen è la più alta di tutti i lager nazisti: oltre il 60 per cento. Solo Auschwitz può essere paragonato a Mauthausen, con la differenza che ad Auschwitz finivano gli ebrei per morire nelle camere a gas, mentre Mauthausen era il campo di sterminio per i deportati politici e gli operai che scioperavano contro il regime. Gianfranco Maris, quinto figlio di un antifascista milanese titolare di una piccola fonderia, finì a Mauthausen nel 1944 arrestato quale organizzatore delle brigate partigiane comuniste. Era rientrato a Milano dopo l’8 settembre 1943 dalla Slovenia, dove aveva combattuto  come sottotenente del 122° reggimento Macerata, e a Milano frequentò il covo clandestino del partito comunista per il quale erano transitati anche Elio Vittorini, Renato Guttuso, Mario Alicata, Pietro Ingrao, Ernesto Treccani, Gillo Pontecorvo, Giancarlo Pajetta, Giansiro Ferrata e altri intellettuali e politici. Dopo alcuni mesi nel carcere di Sant'Agata di Bergamo dove fu interrogato e torturato, fu trasferito a Fossoli, una frazione di Carpi, e da lì caricato su di un convoglio verso Mauthausen dove giunse il 5 agosto 1944. Adibito a lavori forzati fra pene tremende e patimenti assurdi che lui stesso ricorda con voce ferma, Gianfranco Maris visse nove mesi da incubo nell’inferno di Mauthausen e si salvò solo grazie alla sua resistenza fisica. «Ogni prigioniero - racconta, mentre nel suo viso di vegliardo passa un’ombra di tristezza - la sera doveva accuratamente ispezionare i propri stracci e ripulirli dai pidocchi. Nudo, al buio scrutavo le cuciture della divisa, ma qualche pidocchio riusciva sempre a sfuggirmi. Al controllo dei guardiani alla luce forte delle lampade, per ogni pidocchio trovato il possessore degli stracci era punito con cinque bastonate. Una sera ne trovarono cinque fra i miei abiti. Ricevetti le venticinque bastonate da un kapò polacco, il quale compì con gusto e disprezzo il suo sadico dovere».
Avvocato, perché ha raccontato solo ora la sua prigionia a Mauthausen?
Mi sembrava difficile raccontare fame, sporcizia, torture e morte, ma quasi quotidianamente ho testimoniato della mia brutta avventura. Sono stato presidente dell’associazione dei deportati politici, e ho fatto conferenze e incontri ovunque. Il libro l’ho scritto perché volevo lasciare qualcosa che fosse storia critica, sociale e politica, dedotta dalla narrazione dei fatti che ho vissuto. Ognuno degli episodi che ho raccontato nel libro è parte di un mosaico più vasto finalizzato a costruire una storia consapevole degli orrori della deportazione. Soprattutto volevo colmare l’abisso d’ignoranza che spesso devo constatare tra i giovani a proposito dei campi di concentramento.
Perché Auschwitz e non Mauthausen è diventato il luogo simbolo della ferocia nazista?
Forse aver conclamato tanto Auschwitz, ha messo in secondo piano Mauthausen, e in ciò consiste la sottovalutazione storica di quello che fu il campo di repressione per i politici che combattevano il nazismo. Auschwitz è soltanto un campo fra i tanti della concentrazione lager della Gestapo e gli ebrei europei hanno conosciuto la deportazione soltanto dopo il 1942. Fino ad allora erano stati perseguitati, emarginati e spogliati di ogni bene materiale e di ogni diritto, ma non erano mai stati incarcerati. A Mauthausen i deportati ebrei dal 1938 al 1942, furono solo ventiseimila, non perché ebrei, ma perché erano dei politici contrari al regime hitleriano.
Come si è arrivati alla deportazione di massa degli ebrei?
Il prologo può essere quello del 1940, quando la cancelleria di Hitler avviò l'eliminazione dei cittadini tedeschi handicappati. Affidarono la procedura alle SS austriache che erano molto feroci, ma solo dopo l’invasione della Polonia e dell’Unione Sovietica cominciarono le vere ostilità contro gli ebrei, inizialmente fucilandoli o gasandoli in vagoni speciali. Poi crearono in Polonia i campi di sterminio, gestiti dalle stesse SS impegnate nell’operazione eugenetica.
Che cosa li convinse allo sterminio?
Dopo l’invasione della Polonia e dell’Unione Sovietica, i tedeschi si resero conto che c'erano quattro milioni di ebrei in Polonia e altri sette milioni in Unione Sovietica. L’eccessiva presenza fu considerata un pericolo e si passò alla soluzione finale, attuata nei campi di concentramento creati a tale scopo.
Cosa accadeva all’arrivo di un prigioniero ad Auschwitz e a Mauthausen?
Le procedure erano le stesse. All’arrivo c'era la selezione dei prigionieri tra quelli ritenuti abili al lavoro e no. Gli inadatti e i malati erano gasati subito. A Mauthausen era praticata con frequenza anche la puntura al cuore, che faceva morire tra spasimi atroci. Tutti i medici del lager facevano orrendi esperimenti sui prigionieri, e molti di questi medici furono processati tra il 1946 e il 1947. Ottocento sventurati, tutti detenuti politici ormai inadatti al lavoro, la notte del 22 aprile 1945, furono gasati nel blocco 31 di Gusen. Triste beffa, se pensiamo che il 25 aprile la guerra finì, e pochi giorni dopo tutti noi sopravvissuti, allo stremo ma vivi, fummo liberati.
Per ogni pidocchio cinque bastonate - Mondadori, pag. 132, 17,50 euro.
 

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