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Il racconto della domenica - Vissero felici, come nelle fiabe

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Marta Silvi Bergamaschi

Le parole, per Luisella, possedevano un fascino particolare. Le rigirava tra i denti quasi fossero caramelle, la bocca le si riempiva di saliva, brividi piacevolissimi le pizzicavano la schiena. Si era svegliata con un inconsueto profumo di primavera sotto il naso: dalle imposte socchiuse filtravano, tremando di pulviscolo, nuovi raggi di sole: avevano l’aspetto e l’odore del borotalco. Le facevano allegria. E tra la saliva danzava, corposa e misteriosa, la parola «chiromante». Conosceva perfettamente il significato di chiromanzia: «mano più divinazione». Una suggestione indescrivibile: sulla sua mano erano, come strambi segnali, i ghirigori del suo avvenire. La chiromante era abile a leggerli. Ora la parola le girava in bocca come una piatta caramella di rabarbaro. Con un colpo secco la deglutì e scese dal letto. La campana della chiesa, servile sentinella, annunciava con la lunga lingua dei battagli che erano le sette. Luisella lavorava come commessa nell’unica profumeria del paese, mollemente adagiato nella vasta ubertosa pianura con diligenza coltivata. Il paese che amava. Amava le strade, i tanti borghi e, soprattutto, la grande piazza dove, superbo, s’alzava lo splendido antico castello; di fronte le casette basse dei borghi, le finestre decorate di fiori, le voci che uscivano nel loro piacevole dialetto, che copriva i sassi bianchi del selciato, di stupore. All’inizio di un borgo, affacciata sulla piazza, era la casa della chiromante. Luisella si preparò in fretta. Si guardò allo specchio e vide una diciottenne alta, magra, un viso alla francese: tutto minuti punti esclamativi. Gli occhi però erano grandi, neri e pensosi. Una cascata di ricci biondi le solleticava le spalle. Sono bella? Si chiese. Non lo sapeva. La madre, bidella della scuola, era già uscita, il padre, stradino, pure. «Che cosa ti è successo - le chiese Aurelia, la padrona della profumeria - ti vedo strana, eccitata: sei forse innamorata?». «Vorrei, ma ancora non ho trovato nessuno che m’interessi, oppure sono io che non interesso a nessuno». «Non dire sciocchezze - rispose Aurelia, affezionatissima alla ragazza - sei bella, giudiziosa. “Lui” arriverà presto. E io ti perderò». «No, non mi perderà, Aurelia. È giusto che una donna lavori, anche se sposata». Intanto pensava: sposata? Perché dovrei sposarmi. L’amore esiste anche senza matrimonio. A diciotto anni, comunque, io l’amore non lo conosco. Nessuno mi ha mai baciata. Si sentì improvvisamente sola, isolata. Certo, non aveva un carattere facile: era severa con se stessa e con gli altri, amava la natura, gli animali, viveva in un suo mondo che a nessuno interessava. Non aveva vere amicizie. Soltanto conoscenze. La sua vita, pensava, era monca. Che cosa mi prende, occorre reagire. Pronunciò la parola «chiromante» e un riso improvviso le mozzò il fiato. Aurelia la osservava: il riso è contagioso. Nella profumeria risuonavano le risate delle due donne, risate sonore, lunghe, gorgheggi che facevano l’anima leggera. Quando Luisella uscì, si diresse verso la piazza dove sorgeva il castello e suonò il campanello della chiromante. «Entra» le disse. Si chiamava Nereide. Un viso dolce le sorrise: vagava in quel viso una dolcezza autentica, ma in fondo agli occhi, nascosto da lunghe ciglia, era un grosso chiodo di malinconia. A Luisella la chiromante piaceva. «Naturalmente - disse la donna - vuoi che ti legga la mano». Entrarono, sedettero. «La mano sinistra» disse Nereide. Osservò a lungo il palmo della morbida, lunga mano di Luisella, la quale guardava il volto di Nereide distendersi in un sorriso lieve e timido, ma pieno di grazia compiacente. «Ci sono due lunghe strade in fondo alle quali due uomini ti aspettano; due uomini belli e intelligenti: uno ricchissimo, l’altro povero. Sono tuoi, Luisella. Attendono che i tuoi grandi occhi pensosi s’accorgano di loro. Ti vuoi decidere? Il paese è piccolo, dovresti conoscerli» . «Conosco tutti e nessuno - rispose Luisella - è così quando si lavora in un negozio». «Non sempre - rispose Nereide - non tutti sono riservati come te, mia cara». «Comunque - rispose Luisella - sono certa che l’uomo povero sarà molto meglio dell’altro. La ricchezza genera (e non è verità assoluta) avidità, egoismo: chi più ha, più vuole. Saprò dirle, Nereide!». Nereide seppe che Luisella aveva scelto l’uomo povero, laureatosi lavorando, intelligente e signore: signore vero, la ricchezza era dentro di lui, dono immenso che divise con Luisella. Si sposarono e vissero a lungo felici, come nelle fiabe.

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