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Il custode del nostro passato

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 di Giuseppe Martini

E' sorprendente che in tanti anni non sia mai uscito un volume interamente dedicato alla figura di uno studioso singolare come Glauco Lombardi – che purtroppo i più conoscono appena per via del museo di via Garibaldi e forse non hanno presente neppure che faccia avesse e in ultima analisi chi fosse veramente – ma non è male aver atteso tanto se il risultato è quello che abbiamo davanti agli occhi, un sontuoso volume curato da Francesca Sandrini, direttore del Museo Lombardi, in occasione del mezzo secolo di apertura delle sale espositive nella sede attuale dell’ex Palazzo della Riserva, destinato per molto tempo a rimanere, nell’argomento, insuperabile. Le quasi seicento pagine, il formato, la cura editoriale (stampa Step), la raccolta certosina e sfiancante di materiale, la ricchezza di informazioni e di contributo iconografico ne fanno qualcosa di più di un «Quaderno del Museo», la collana di cui appare come dodicesimo numero: siamo di fronte semmai a un vero libro di testo, un tomo destinato a far pietra miliare in un’area finora delegata ai documenti d’archivio, quella del collezionismo a Parma fra le due guerre e in particolare del percorso di riscoperta dell’identità culturale ottocentesca dell’ex ducato. Per quanto sia immediato addentellare la sua figura a quella del museo napoleonico e luigino, Glauco Lombardi si forma infatti come cultore del Settecento borbonico, in grazia della sua nascita colornese e del fascino perduto che esercitava su di lui quel Palazzo Ducale ridotto all’epoca a ospizio psichiatrico. E proprio l’ambiente e il genius loci, se si vuole, fecero assai più degli studi, limitati al ginnasio pur in un’epoca nella quale si poteva tranquillamente accedere all’abilitazione all’insegnamento – evidentemente con profitto – senza lauree, dottorati e master, e ancora di più fece l’agio economico di famiglia che gli permise di manovrare con serenità nel campo del mercato antiquario, avviando la formazione di quella collezione oggi raccolta nel Museo, che ha permesso di salvare una enorme fetta del patrimonio artistico e documentario parmigiano fra i Borbone e Maria Luigia. Ma appunto la decadenza di un passato di splendore fu il motore della curiosità lombardiana, subito risolta in un’ansia di recupero e riordino di materiali dispersi, di ricostruzione di un mondo appena intuibile ma irrimediabilmente dissolto, che rappresenterà delizia e croce della sua vita: alla conseguente soddisfazione per un lavoro appassionante e ripagato da successi, studi pionieristici, scoperte inattese, si opporrà per anni il tormento di trovare alla propria collezione una sede stabile e congrua, quasi a compenso dovuto di tanto sforzo, dopo il periodo di ospitalità proprio in alcune sale del Palazzo colornese, terminato con l’ordine di sgombro nel 1943, fino al felice approdo nella situazione attuale. Ma quando quell’approdo si concretizzò nel 1961, la collezione era già qualcosa di diverso rispetto agli esordi. Gli interessi di Lombardi si erano presto spostati da Petitot e Bodoni agli anni napoleonici e alla restaurazione di Maria Luigia, al magistero artistico di Paolo Toschi e all’ambiente fiorito intorno all’Accademia delle Belle Arti (di cui Lombardi stesso divenne socio d’onore fin dal 1912) e alla committenza ducale ottocentesca, cioè un periodo che, per quanto oggi possa apparire singolare, nei primi decenni del secolo scorso era ancora scarsamente indagato sotto il profilo artistico e in generale non ben focalizzato dall’autocoscienza della città. Uno dei punti chiave che questo libro aiuta a comprendere è perciò proprio il ruolo ricoperto da Lombardi nella riformulazione del frangente ducale di Maria Luigia e nella messa a punto di una certa immagine della duchessa e del suo rapporto con la città. Al nostalgico Lombardi tutto questo doveva apparire come un’equa retribuzione per le diaspore artistiche sofferte da Parma, alla cui ricostituzione spese una vita, contribuendo – anche in panni ufficiali nel recupero dei beni ducali incamerati dallo Stato – a quel rigurgito di orgoglio locale che fu un segno dei tempi nuovi e delle disillusioni unitarie negli anni Dieci-Venti del Novecento. Panni non sempre gratificanti, che lo risucchiarono in incresciose baruffe (celebre quella con Ugo Ojetti), da cui tuttavia non uscì mai troppo malconcio. Non alto di statura, fronte spaziosa, occhialini rotondi, baffi intatti fin da giovanissimo, papillon e sorriso largo, cagionevole di salute seppur assai longevo (morì nel 1970 a ottantanove anni), Lombardi era in realtà un animale fra i meglio adattati alla giungla delle perfidie e dei sotterfugi degli ambienti culturali e politici. E come accade ai quasi autodidatti, era anche infuocato da interessi e attività molteplici: la fondazione di «Aurea Parma», che proprio quest’anno compie il secolo di vita, la poesia o la fotografia, che coltivava in prima persona e di cui il volume offre alcuni esempi pressoché inediti. Altro merito che rende imperdibile questo libro è infine quello non solo di offrire una precisa ricostruzione storica dell’operato di Lombardi, grazie all’accesso al suo archivio privato, ma anche una sorprendente quantità di immagini fotografiche finora poco o mai viste, e di sfruttarle non come decorazione ma come supporto documentario: funzione che ha un massimo laddove evidenzia, grazie allo splendido e, lo si vede, accanito lavoro di Mariachiara Bianchi, l’evoluzione della grande collezione lombardiana e le sparizioni di alcuni pezzi. Più di metà del volume è infine dedicata alla trascrizione di articoli e saggi di Lombardi, nei quali è facile verificare la formazione dell’identità storica recente di Parma, segno che, come ogni ottimo libro, anche in questo «de nobis fabula narratur». 
Glauco Lombardi (1881-1970) molto più di un collezionista - Step, pag. 578, 60,00 
 
 
 

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