Arte-Cultura

Sanremo, Italia allo specchio

Sanremo, Italia allo specchio
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 di Francesco Mannoni

La prima a vincere fu  «Grazie dei fior»  e se la ricordano tutti anche se sono passati sessant'anni. Cantata da Nilla Pizzi subito incoronata «regina della canzone», segnò un’epoca e avviò la più importante e duratura competizione canora italiana. Invece, la canzone vincitrice dello scorso anno «Chiamami ancora amore», cantata dal pur bravissimo Roberto Vecchioni, se la ricordano in pochi. La frenesia del nostro tempo consuma ogni evento con straordinaria velocità, sommersi come siamo da offerte di ogni tipo che ci sottraggono all’ansia dell’attesa e alla nostalgia del ricordo. Sono cambiati i tempi. E parecchio. Il Paese del 29 gennaio 1951, quando la radio trasmise da Sanremo il primo festival della canzone italiana (partì in sordina, solo poche righe sul Radiocorriere), era impegnato nella ricostruzione, perché ancora c'erano molte macerie da rimuovere nonostante la guerra fosse finita da cinque anni. Quel Paese, lo scrittore Carlo Maria Lomartire (autore di grandi biografie dedicate a Mattei e a Il Bandito Giuliano) ora lo fa rivivere in «Festival - 60 anni di Sanremo. Una storia italiana»  (Mondadori, pag. 294, 18,50) evidenziando come la ripresa italiana sia in parte legata all’affermazione del festival. L'Italia del 1951, era un paese di circa 47 milioni e 300 mila abitanti di cui quasi 7 milioni e 600 mila erano analfabeti, e solo 19 milioni di persone lavoravano, il 42 per cento delle quali operavano nell’agricoltura molto arretrata, «a bassissima produttività e quindi a bassissimo reddito». Le canzoni facevano sognare almeno un po' volando «Nel blu dipinto di blu» (immenso successo di Domemico Modugno), con la «Casetta in Canada», «Papaveri e papere» o con le «Mille bolle blu» imposta da una straordinaria Mina destinata a diventare la primadonna in assoluto della canzone italiana.  «Sanremo è un grande baraccone, ma è anche un mega show televisivo. Ma attraverso la storia del festival di Sanremo in positivo o in negativo, - precisa Lomartire - si può leggere la storia del costume italiano degli ultimi sessant'anni. In certe occasioni le canzoni e le impostazioni del festival a seconda dei casi rappresentavano la società italiana del momento. Altre volte la ignoravano completamente, come se volessero prendere le distanze, censurarla». 
Si può parlare di parallelismo sentimentale, ma anche civile tra Sanremo e il Paese?
 Innanzi tutto la canzone, e quella italiana in particolare, è sempre stata una delle forme di rappresentazione del sentimento della società. Poi, alcuni autori hanno anche fatto i furbi e strumentalizzato questo rapporto. Hanno pensato che portare sul palco di Sanremo dei temi cui in quel momento la società era sensibile, era utile, se non per vincere la competizione, per vendere i dischi.
Se dovessimo valutare il festival sotto un profilo politico, come dovremmo vederlo?
Direi che per un bel po' di anni i politici lo hanno ignorato, e solo negli ultimi due decenni si sono accorti del Festival. Hanno capito che la competizione era un importante veicolo di comunicazione e, secondo il costume della Rai, si è evitato in momenti particolari di utilizzarla a questo fine. Tutte le volte che il festival era alla vigilia di qualche elezione si sviluppava un’attenzione censoria per evitare polemiche e interferenze. Però veniva anche rappresentato, se non come uno strumento di propaganda, come una manifestazione con certi spunti politici.
Un esempio?
Si tratta di un’impressione personale, ma ho avuto la netta sensazione che la vittoria di Vecchioni al festival dell’anno scorso  fosse stata ampiamente annunciata, e poi letta come il nuovo che avanza perché le posizioni politiche di Vecchioni sono ben note, e il testo della canzone poteva anche prestarsi a qualcosa del genere; ma soprattutto è stata la spinta che gli hanno dato certi giornali che mi ha messo la pulce nell’orecchio. Non posso provarlo in nessun modo, ma questo è quello che ho sentito. 
E' Sanremo che cresce col Paese, o il Paese che cresce con Sanremo?
Sicuramente è il festival che cresce con il Paese. Sanremo subisce la condizione in cui il Paese si trova a vivere, perché quando nasce il festival, il Paese lo ignora: giornali, radio, opinione pubblica. Il primo Sanremo andò in onda alla radio alle undici di sera, in un Paese che era fatto al 50% da contadini, quindi ben poca era la gente sveglia a sentire le canzoni. Sanremo è cresciuto con la televisione, ed è diventato sempre più uno show televisivo e sempre meno un evento canoro. Ma è anche decresciuto con il paese perché ne ha subito certe crisi.
Quali?
Negli anni settanta ha subito una crisi gravissima, e ha rischiato di essere chiuso, cancellato. Andava in onda soltanto la serata finale, certe volte non andava in diretta nemmeno la proclamazione del vincitore perché c'era un confronto politico. Sono stati anni di crisi profonda per la società italiana e anche Sanremo ha rischiato di morire. Le fortune di Sanremo sono legate e dipendenti dalla condizione del paese. 
Ci sono stati momenti difficili nel Paese che hanno messo in forse lo svolgimento del festival?
Spesso è successo che Sanremo fosse a qualche settimana se non qualche giorno di distanza da una delle tante catastrofi naturali che affliggono l’Italia. Dall’alluvione del Polesine in poi, il festival arrivava sempre a ridosso di certi eventi. Ma non è mai stato oscurato, non tanto per il discorso che lo spettacolo deve andare avanti comunque, ma perché era utilizzato dalla Rai come momento di sdrammatizzazione, per allentare la tensione, per parlare d’altro. Non si fermò nemmeno nel 1967 per la tragedia del suicidio di Luigi Tenco. Il Festival, sin dal suo inizio, svolse una funzione di spia della sensibilità popolare e delle sue mutazioni. 
A Sanremo vince la canzone o l’interprete?
Fin dal primo festival si è discusso di questo equivoco che ha accompagnato da sempre la manifestazione. In realtà, il successo e la fama sono andati all’interprete, favorito, ovviamente, da una bella canzone. Nilla Pizzi, la prima vincitrice, anche se vendette appena 36mila dischi (78 giri) di «Grazie dei fior», con quella canzone divenne popolarissima. Complessivamente tutte le canzoni del primo festival vendettero 80 mila copie di dischi. 
Festival - Mondadori, pag. 294, 18,50

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