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A Parma in maschera dal 1200

A Parma in maschera dal 1200
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 Pur con qualche difficoltà dovuta alla neve, anche quest’anno il Carnevale è decollato in città e soprattutto nella provincia: ai festeggiamenti in grande stile, come la sfilata tradizionale di Busseto, si affiancano quasi in ogni paese e, direi, anche nei quartieri cittadini, iniziative volte a rinnovare uno dei più antichi divertimenti. 

Il Carnevale trae origine dagli antichi Saturnali, e una volta prendeva un arco temporale più ampio; ma da sempre l’apice dei festeggiamenti è nella settimana che precede il cosiddetto «martedì grasso», cioè il giorno prima del mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima. 
Un tempo, alla mezzanotte del martedì, dovevano terminare i festeggiamenti carnevaleschi, e i frati giravano annunciando che ormai doveva iniziare la penitenza.
Le più antiche notizie sul Carnevale a Parma le fornisce il cronista Salimbene de Adam (1221-1289), il quale afferma che i nobili davano tornei e giostre nel Prato, dove poi fu costruito il convento di San Francesco, mentre anche il popolo e la plebe si davano a folleggiamenti. Inoltre sappiamo di «trastulli» tenuti nel 1318, che si svolgevano annualmente. 
Tali divertimenti, spesso sfrenati, prevedevano balli, feste e cortei mascherati, purtroppo molto spesso scurrili: infatti vi partecipavano anche,  come comparse, «pubbliche meretrici». Annota l’Affò nel IV volume  della sua Storia di Parma (pp. 216-218), che ciò avveniva a fin di bene, in quanto col ricavato dei giochi che si facevano in tali circostanze, si comprava loro una dote per aiutarle a lasciare il mestiere. 
In queste mascherate venivano irrisi i potenti e il clero; si organizzavano cortei mascherati, fra cui quello dell’Imperatore e dell’Imperatrice; quello del Re e della Regina; un altro era quello del Papa e dei Cardinali;  un altro prevedeva una maschera
 indecente di Abate corrotto; da  «Porta Parma» provenivano i lazzi di un certo Velo da Montano e di sua moglie. 
L’Affò ricorda pure che fece da Regina una famosa meretrice milanese, mentre interpretò l’Imperatrice una sua collega padovana, che gabbò tutti, perché, dopo aver intascato il premio con la falsa promessa di vivere cristianamente, «colle tasche piene se ne tornò in breve al postribolo» (la prima, invece, si sposò a un «uomo dabbene»). 
Si legge che tali mascherate si ripeterono anche nel 1327, ma dobbiamo pensare che col tempo degenerassero, in quanto nel 1346 negli Statuti di Luchino Visconti, si proibirono tali gozzoviglie «contrarie all’onore e alla riverenza dovuta a Dio, e grandemente peccaminose».
L'abitudine di mascherarsi, poi, non era riservata al solo Carnevale: i balli in maschera erano uno dei divertimenti preferiti delle classi nobiliari, e allietavano le corti signorili.
 Ne resta traccia anche in opere letterarie, come il poemetto Filogine del poeta parmigiano Andrea Bajardi, scritto alla fine del XV secolo e pubblicato per la prima volta nel 1507 (con numerose ristampe) in cui sono descritti balli in maschera dati in occasione della venuta del Re di Francia.
Sotto le maschere, senza timore di essere riconosciuti, i facinorosi potevano celare facilmente violenze e abusi, cosicché si capisce come ricorra costantemente nei governanti la preoccupazione di prevenire tali fenomeni; nel 1687 Ranuccio II proibì l’uso di maschere; nel Settecento varie «gride» proibivano di indossare abiti ecclesiastici o militari, di riunirsi in più di 12 mascherati, di presentarsi in pubblico travestiti o truccati. 
Una «grida» del febbraio 1729 concedeva l’uso della maschera solo nel vicolo che conduceva al Teatro, ma imponeva «con lume e senza armi».
 Nel Carnevale si tenevano anche rappresentazioni teatrali; ad esempio, il 22 febbraio 1569, ultimo giorno di Carnevale, fu recitata dall’Accademia degli Amorevoli nel palazzo di Gian Francesco Sanseverino, duca di Colorno, la commedia di Niccolò Secchi Gli Inganni, con intermezzi musicali, in cui compare addirittura una maschera raffigurante Parma.
Nel XVI-XVII secolo fiorì la commedia popolare, o «dell’arte», che ebbe successo con le maschere: le principali erano i due Zanni, Pantalone, il Dottore, cui via via se ne aggiunsero altre, alcune delle quali prettamente locali. 
Ogni città aveva la sua maschera caratteristica; come e quando sia nata l’attuale maschera di Parma, Dsévod, non è chiaro: il Bocchia , nella sua Drammatica a Parma, cita un «Dissevedo» che però è di origine bolognese («di Malalbergo»), mentre nel 1774, nella compagnia comica del Salvati costituita per ordine sovrano, compare, tra gli attori, un «Dissevido», e nel 1806 nei documenti del Collegio dei Nobili, c'è «un costume da Dissevido». 
Quali che siano le sue origini, la maschera del Dsévod è stata riscoperta e portata alla notorietà dalla «Famija Pramzana», benemerito sodalizio cittadino (un indimenticabile Dsévod è stato il presidente, recentemente scomparso, Ubaldo Grassi). 
I vari teatri si aprivano per veglioni e recite, o spettacoli musicali: il Teatro Ducale, in legno, era nella zona dell’attuale Via Melloni; c'era inoltre il Teatro della Racchetta, che passò ai Sanvitale; oltre al Farnese esisteva pure un piccolo teatrino di corte. 
A questi si aggiungeva il Teatrino del Collegio dei Nobili, che presentava spettacoli allestiti e recitati dagli stessi convittori: nel 1706 vi fu dato L’Aderbale, tragedia rappresentata «dai signori convittori delle Camerate di S. Anna e di S. Giuseppe nel corrente Carnevale», mentre nel Carnevale del 1712 si ebbe L’Adelaide, a cura dei convittori delle camerate di S. Giovanni Battista e di S. Carlo; nel 1725, invece, fu la volta dell’Abdolomino, da parte «dè signori delle camerate piccole».
Sotto i Borbone, tra l’altro, Carlo Goldoni ebbe nel 1756 l’incarico di scrivere tre commedie per musica (La Buona figliuola; il Festino e i Viaggiatori ridicoli), che furono rappresentate, riscuotendo molto successo, nella stagione del Carnevale. 
Nell’Ottocento e nel primo Novecento il Teatro Regio, fatto costruire da Maria Luigia, ospitava in tale periodo non solo opere liriche, ma anche anche veglioni danzanti. 
Famosi erano inoltre i veglioni carnevaleschi (serali per gli adulti e pomeridiani per i bambini), organizzati dal Circolo di Lettura, fondato nel 1858 e punto di riferimento per la migliore società parmense.
ANNA CERUTI BURGIO
 

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