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Arte-Cultura

Il racconto della domenica Questa volta non avrò paura

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di Silvia Marutti

IlI gabbiani gridavano svolgendo archi di volo sopra il mare. Seduta sullo scoglio, le gambe appese al vuoto, serravo forte la pietra con le mani Non so come arrivai la in cima ma so che se non fosse intervenuto un vecchio di passaggio a chiedermi cosa facessi al vento di maestrale che conduceva la notte, probabilmente oggi sarei un fossile appartenente al paesaggio. Con un po’ di vergogna confessai che mi girava la testa e avevo paura a scendere da sola. Paziente si inerpicò fino a quando, allungando il braccio, potei stringere la sua mano.
Il primo contatto fu piuttosto sgradevole. La pelle era ruvida, le dita nodose e irrobustite dalle callosità dovute alle innumerevoli volte che aveva issato sulla sua barca le reti colme di pesci. Poi, immediato, il calore di una stretta competente e sicura. Mi alzai adagio, socchiusi gli occhi, e cominciai a scendere. Raggiunto il molo mi voltai a guardare la vetta conquistata che si stagliava scura sul turchese del tramonto. Non era poi così alta come pensavo ma la mia paura del vuoto mi aveva fatto credere di essere salita chissà quanto. “Mi chiamo Pietro” mi disse allora il vecchio. “Grazie Signor Pietro, io sono Beatrice” Gli chiesi quindi di consigliarmi un posto dove cenare e lui si offrì di farmi compagnia in un’osteria del porto che conosceva bene, dato che la praticava da anni. Consumammo un gustoso e abbondante piatto di pesci fritti e verdure grigliate, il tutto annaffiato da un vermentino fresco e assai gradevole. “Coraggio, beva!” mi disse “In questo modo se sentirà le gambe un po’ molli sarà almeno per una buona ragione” e scoppiò in una risata aperta e contagiosa. 
C’era in quell’osteria un’atmosfera vivace e al tempo stesso discreta, un certo non so che di intimo raccoglimento. Le panche di legno, il bancone a forma di nave, le reti appese ai muri bianchi, il vociare cantilenante dei pescatori: tutto induceva quiete e familiarità. Fuori, oltre i finestrini bassi e sprovvisti di tende, il mare rumoreggiava un’eco insistente mentre i lampioni accesi lasciavano appena intravedere il moto delle onde, nere come il cielo della sera. Rimanemmo a chiacchierare per un tempo che ci consentì di tracciare un breve quadro delle nostre vite. Pietro non si era mai sposato perché, mi disse, troppo incline al vizio dell’amore. Non avrebbe rispettato il vincolo della fedeltà che nel matrimonio riteneva indispensabile. Fu sorpreso nell’apprendere che il mio mestiere consisteva nello scrivere articoli d’arte per la pagina della cultura sul quotidiano locale della mia città. Una donna che viaggiava sola pur essendo sposata e madre di una ragazza adolescente, era proprio al di fuori delle abitudini che egli avrebbe potuto accettare. Pietro era nato in quella striscia di terra fra mare, cielo e colline, odorosa di agrumi e lussureggiante di buganvillee e di lì non si era mai mosso. Sui tratti del volto induriti dal sole e dalla salsedine s’intuiva una bellezza in cui ancora riluceva il celeste degli occhi che ereditò, mi disse, dalla sua bisnonna Italina. Ci trovammo così bene a conversare insieme che lo invitai per il giorno dopo presso il bilocale che avevo affittato per la mia breve permanenza promettendogli che avrei cucinato qualcosa di tipicamente emiliano. Così mi sarei sdebitata del suo provvidenziale salvataggio dallo scoglio. Ci lasciammo, alcuni giorni dopo, alla piccola stazione ferroviaria, con uno scambio di indirizzi e la volontà di tener fede alla promessa di scriverci. Quello con Pietro fu un incontro breve, insolito (io avevo quarantacinque anni, lui settanta) ma sentimentalmente profondo tanto da dar luogo a una corrispondenza epistolare, forse un po’ demodé, ma duratura e costante, in modo che le nostre lettere si rincorrevano abbastanza regolarmente dall’Emilia alla Liguria e viceversa. Da allora sono trascorsi dieci anni. Oggi, ricevuta la lettera che indicava quale mittente Pietro, ma con una calligrafia che non era la sua, ho avvertito uno sgradevole presagio. Un nipote di Pietro, uno dei cinque che suo fratello aveva messo al mondo, mi mette al corrente che alcuni giorni orsono, uscito con la barca per una pesca veloce e solitaria (cosa che data l’età gli avevano proibito) Pietro si era avventurato troppo al largo, probabilmente spinto dai ricordi e da una rinnovata energia che la vita gli regalava in extremis. Quando recuperarono la barca, Pietro respirava ancora ma il malore che lo aveva colto qualche ora prima gli diede solo il tempo di essere condotto a riva e adagiato sulla sabbia a chiudere gli occhi sopra l’unico cielo che aveva conosciuto nella sua vita. Sulla barca furono trovati pochi pesci e una vecchia scatola da scarpe contenente la lettera che scrisse per me senza saperla (o forse sì) l’ultima: “Cara Beatrice, non sarò mai abbastanza grato al destino che ti ha portata sui miei passi di vecchio. Il giorno che ti vidi sullo scoglio mi ricordasti la sirenetta di Copenaghen che ho conosciuto dalle illustrazioni dei libri. Quando ti raggiunsi e ti strinsi la mano provai istintivo l’impulso di ritrarmi: la tua pelle era così morbida, chiara e giovane. Chissà cosa sentisti tu in quella stretta. Conoscerti è stata una sferzata di vita rimasta innocente solo a causa della mia età. Ero incantato dalla tua voce, dal tuo modo di ridere, da tutta la tua persona. Terribilmente e ingiustamente geloso del tuo sposo che poteva averti sempre. Perdona queste confessioni tardive che vorrebbero essere una  dichiarazione d’amore. Accettale per quello che sono senza temerle e soprattutto senza giudicarle. Si può dire altro alla mia età senza essere fraintesi o peggio compatiti? Aspetto la tua lettera e ti abbraccio. Pietro”. “Caro Pietro, grazie. Le parole, quando sono d’amore, sono sempre un miracolo che esula dall’età e dalle circostanze. Fra tre giorni sarò di nuovo al tuo paese per motivi di lavoro. Non verrò a trovarti. Salirò sullo scoglio per consegnare questa lettera agli anfratti delle rocce che la custodiranno quale scrigno segreto mentre i gabbiani grideranno svolgendo archi di volo sopra il tuo mare. Questa volta non avrò paura”.
 
 

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