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Santa Lucia, scrigno d'arte

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Pier Paolo Mendogni

Santa Lucia è una delle chiese più amate dai parmigiani per la sua ubicazione nel cuore cittadino che invita a una sosta di quieto raccoglimento, per la dedica alla Santa della luce protettrice della vista, per la sua suadente bellezza che si disvela lentamente nei tanti significativi elementi che la compongono con una omogenea fusione stilistica. Ed è anche una delle chiese più antiche della città con una storia complessa che l’ha vista mutare, in conseguenza del passaggio al Consorzio dei vivi e dei morti nel 1674, sia la dedicazione (da San Michele a Santa Lucia), sia la struttura architettonica con la decorazione esterna e interna: quest’ultima ricca di affreschi e di tele di rilevante significato artistico e iconografico.
Un simile monumento meritava uno studio che ne approfondisse i diversi aspetti e questo è giunto grazie a cinque giovani che hanno raccolto le loro ricerche nel libro «La chiesa di Santa Lucia a Parma», introdotto da don Mauro Pongolini, rettore della chiesa, e don Umberto Cocconi dell’Istituto di Scienze Religiose che ha finanziato l’opera. Cristina Lucchini si è occupata della «Collocazione urbanistica, impianto architettonico e prospettico»; Milena Cianci di «Alessandro Baratta e gli affreschi della volta e della cupola»; Francesca Mazzoli della «Quadreria e storie dei santi»; Monja Zanlari dei «Restauri e sopralluoghi archeologici» e degli «Arredi e sagrestia»; Costanza Marchesini di «Santa Lucia e San Biagio» e del «Venerando Consorzio dei Vivi e dei Morti»; il progetto grafico è di Alberto Medioli.
La dedicazione originale della chiesa a San Michele ha fatto ipotizzare un’origine longobarda ma gli scavi archeologici non l’hanno confermata e nemmeno i documenti, piuttosto scarsi prima del passaggio al Venerando Consorzio dei vivi e dei morti (1674): ente costituito nel 1304 (la cui intensa attività viene illustrata da Costanza Marchesini) e che ha conservato le testimonianze della propria attività. Così le studiose hanno potuto seguire le vicende della «nuova» Santa Lucia, la sua nascita e le trasformazioni settecentesche e ottocentesche. Il progetto architettonico è di Mauro Oddi, parmigiano, architetto e pittore, mandato dalla duchessa Margherita a studiare a Roma presso il celeberrimo Pietro da Cortona. Cristina Lucchini indica nella vignolesca Chiesa del Gesù ad aula il modello controriformistico al quale si è ispirato l’Oddi. La costruzione era terminata nel 1691 e novant’anni dopo l’architetto Antonio Brianti interveniva all’interno ponendo paraste scanalate tra le cappelle ornate da archi; nel 1885 il pittore Giuseppe Baisi ridipingeva le pareti.
Per le nicchie della facciata lo scultore Giacomo Barbieri (1691) realizzava le statue di Santa Lucia e di San Biagio: quest’ultimo come richiamo al vicino oratorio a lui dedicato e distrutto nel 1655; nella finestra veniva posta nel 1963 una vetrata disegnata da Carlo Mattioli e ispirata al Concilio Vaticano II.
All’interno la navata centrale (1694) e la cupola (1697) sono state affrescate da Alessandro Baratta, esponente di spicco della pittura parmigiana del secondo Seicento come dimostra la sua vasta attività in diverse chiese. La navata è un tripudio scenografico di motivi ornamentali floreali e architettonici, di aperture circolari che sfondano verso l’azzurro del cielo dove sgambettano deliziosi angioletti musici mentre nel medaglione centrale Santa Lucia viene portata in Paradiso da angeli efebi in una specie di trascrizione barocchetta dell’Assunzione correggesca. In ognuna delle tre campate in cui è divisa la navata sono poste quattro allegoriche figure femminili che Marilena Cianci ha sapientemente individuato attraverso i simboli. Nella prima campata vi sono le virtù cardinali: Fortezza, Temperanza, Giustizia, Prudenza; in quella centrale troviamo allegorie allusive alla santità di Lucia: Castità, Innocenza, Bontà e Martirio; nella terza vi sono le virtù teologali della Fede, Speranza e Carità con la Vigilanza. 
La cupola è introdotta da quattro pennacchi coi santi Pietro, Paolo, Giovanni Battista e Giovanni Evangelista; al centro domina la Vergine assunta con ai lati San Giuseppe (come nella cupola di Santa Croce in quanto il Baratta faceva parte della compagnia di San Giuseppe) e San Biagio e quindi i santi Carlo Borromeo con Filippo Neri, Lucia, Francesco e Maddalena.
Sull’altare maggiore spicca la splendida tela di Sebastiano Ricci, uno dei grandi maestri del Settecento veneziano, rappresentante l’Ultima Comunione di Santa Lucia ferita mortalmente alla gola, di cui Francesca Mazzoli decodifica l’iconografia con S. Biagio. La Madonna coi santi Giuseppe e Francesco è del genovese Antonio Lagori, Gesù Bambino coi santi Antonio e Maddalena è del Brescianino mentre l’attribuzione a Luigi Amidani dei Santi Sebastiano e Rocco non è accettata dalla critica più recente. Completano il sacro edificio eleganti arredi di cui Monja Zanlari ripercorre con puntualità le fasi esecutive dalle cantorie settecentesche all’organo, ai confessionali, alla neoclassica ancona del primo Ottocento.

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