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Capacchi, il dialetto senza segreti

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 La nevicata di sabato 11 febbraio ha fatto rinviare al 24 marzo il convegno, che si terrà presso la Camera di Commercio - Sala Aurea, con inizio alle ore 15.00. È previsto anche un mio intervento del quale anticipo queste righe. Guglielmo Capacchi è nato in Borgo Torto nel 1931 da Erminio, barbiere con bottega in via Cavour, e da Anita Giovanelli,  modellista, che per il matrimonio rinunciò a diventare cantante lirica. Studia al Romagnosi e lingue a Bologna dove diventa professore di Lingua e Letteratura Ungherese. A Bologna dà avvio all’insegnamento di Filologia Ugro-finnica e getta le basi per quella che diventerà la Scuola Permanente di Studi sullo Sciamanismo. Parla correntemente ungherese, inglese, spagnolo e esperanto, di cui fu anche insegnante e grande sostenitore, e se la cava anche con lo swahili. Nasce però madrelingua dialettale. Muore a Parma il 7 ottobre 2005.

Io l’ho conosciuto circa 55 anni fa quando frequentavo i suoi corsi di esperanto. In seguito l’ho perso di vista per parecchi anni per poi incontrarlo di nuovo, oltre 30 anni fa, da quando cioè con gli amici di "Parma Nostra" abbiamo dato vita al "Lunario Parmigiano". Ricordo che mi aveva sorpreso che uno studioso con un’apertura al nuovo come lui trovasse meritevole e degno lo studio il nostro dialetto al punto da dedicargli parecchio del suo tempo in un periodo in cui la scuola era, di norma, impegnata a combatterlo o ad ignorarlo. 
La grafia del dialetto Nella redazione del Lunario di quegli anni il compito di correggere la grafia del dialetto era soprattutto competenza degli amici, non più tra noi, Gianpiero Caffarra e Vittorio Botti. Io, timidamente, cercavo di inserirmi ma se alzavo troppo la cresta venivo zittito, soprattutto da Caffarra, che metteva fine alle discussioni con un perentorio: "Capacchi l’à ditt ch’a se scrivva acsì" e noi si taceva perché sapevamo che Caffarra era in grande amicizia con il professore, lo frequentava e aveva così modo di imparare e di verificare i casi dubbi.
Il Dizionario Italiano-Parmigiano Quando, nel 1992, dall’Arte Grafica Silva, uscì il suo corposo dizionario, diventò subito il nostro Vangelo e veniva, e viene tutt'ora, sempre consultato. Il dizionario, a mio giudizio, è anche qualcosa di più talmente è ricco di indicazioni. Infatti non si limita ad indicare i termini dialettali più comuni corrispondenti alla voce italiana ma elenca, in molti casi, tantissimi e curiosi sinonimi che, ai meno giovani, spesso suonano ancora familiari. Riporta anche, molto spesso, parecchie espressioni idiomatiche che essendo scritte in modo completo e per esteso contengono preziose indicazioni su come si costruiscono le frasi con relative congiunzioni, apostrofi, accenti ed elisioni.
Disponibilità Il professore aveva una grande disponibilità, ad aiutare chi scrive in dialetto, con un rapporto amicale e non da "professore" ad allievo. Personalmente ho un buon motivo di gratitudine verso di lui perché ha spinto la sua gentilezza nei confronti dell’editore Silva e mia a correggere tutti i testi dialettali del mio secondo libro di storie parmigiane, "Riz e Verzi", uscito nel 1984. Disponibilità l’ha avuta anche con Enrico Maletti che ha aiutato a correggere la grafia del libro da lui curato "La vriss ésor poezia" di Bruno Pedraneschi. Determinante è stato anche l’incoraggiamento e il sostegno al poeta Fausto Bertozzi per l’uscita del suo libro di poesie "Scarfulli" del quale, ovviamente, ha corretto tutta la grafia. Le "scarfulli" sono le piccole e rade falde di neve che precedono la nevicata vera propria che potrebbe anche non continuare. Il professore mi diceva però che quelle di Bertozzi non sono "scarfulli" ma vere falde di neve. Sono cioè poesie vere.
Proverbi e modi dire Il professore ha dato alle stampe varie pubblicazioni. Ad esempio una bella raccolta di proverbi e dei modi dire e meno male che ha trovato il tempo e la passione per farla quando ancora era possibile. Sono pubblicazioni, a mio giudizio, molto importanti per diversi motivi. Intanto sono simpatiche e divertenti. Divertire non è cosa da poco perché, come diceva lo scrittore francese Jules Renard: "Siamo sulla terra anche per ridere. Non potremo più farlo in purgatorio o all’inferno e, in paradiso, sarebbe sconveniente". Ma queste pubblicazioni sono ben di più che solo divertimento. I proverbi e i modi di dire erano soprattutto il modo di comunicare e trasmettere conoscenze, valori, saggezza e buona educazione. In particolare le nostre mamme usavano spesso i proverbi a questo scopo. Quando dicevano: "Tutti il bòcchi j én soréli ", davano un insegnamento di uguaglianza, solidarietà e condivisione. Oppure con: "Al Sgnór l’è zmontè da caval par tór su 'na briza 'pan", insegnavano a non sprecare e la preziosità del cibo. Anche la mamma di don Bosco utilizzava i proverbi per educarlo. Ne citerò solo uno, in piemontese: "Un nemis a l’è trop e cent amis basta nen": (Un nemico è troppo, cento amici sono pochi). Nella raccolta ci sono proverbi per ogni necessità. Un proverbio che recita: "Cuzén'na grasa, testamént mägor", suggerisce sobrietà. Mentre: "È méj un d’acordi mägor che 'na senténsa grasa", invita a non andare in causa ma a cercare un accordo anche se non del tutto soddisfacente. La saggezza di questo consiglio è indiscutibile. 
Per Capacchi il nostro dialetto è una lingua con tutta la dignità delle lingue e perciò anche tale da giustificare il suo impiego per tradurre Scritture e preghiere come ha fatto con il Padre Nostro: Nostor Pädor, ch’a t'stè in cél, sia bendètt al to nòmm, véna al to règgn, sia fat la to vlontè, tant in cél cme in téra. Das anca incó al nostro pan E arnosjios i nostror débit Cme j'arnosjèmma anca nojetor Ai nostor debitór. E sta miga mettros in tentasjón, mo zlibbros dal mäl, in ti sécoj di secoj, e csì sia.
GIUSEPPE MEZZADRI
 

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