Arte-Cultura

Il racconto della domenica - La dolce fata dei sogni

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di Marta Silvi Bergamaschi

C’era una volta una fata che viveva disoccupata in un vasto mondo: era il mondo dei pensieri, i pensieri gentili, piacevoli, quelli che fanno generalmente sorridere. Era una fata molto carina, rosea come un confetto, con due piedini lievi e un bel vestito vaporoso di tulle. Il volto era nascosto da una veletta color malva: comunque lo si poteva tranquillamente immaginare bello. La disoccupazione delle fate non era affatto un problema: era anzi un delizioso vagabondare senza meta o un sonno leggero popolato di delicati colori. Un giorno la fata fu svegliata dalla regina delle fate, un tipo piuttosto autoritario e deciso: si chiamava Marchel:- Fata dei sogni, le disse, è arrivato un cablogramma dalla Terra: credo ritornino di moda le fate. I bambini sono spaventati. Sulla Terra pare esistano strani mostri: alcuni escono da una scatola che parla e proietta figure; altri, per farli funzionare, occorre premere molti tasti, vagano nell’etere strane parole: www, it, com, e-mail, blog, twitter. Incredibile. È necessario tu parta. Immediatamente.- -Per dove?- 
-Spazio 2000. Via del Corso, 124. Roma. Italia.- -Chi ci abita?- -Un bambino che soffre di incubi. Vedi tu che cosa puoi fare.- La fata dei sogni volò in un’atmosfera azzurra, poi un po’ meno azzurra. Prese a tossire. Mamma mia, esclamò, la terra è davvero cambiata. Sentì un odore acre, vide un grigiore intenso. –Lo smog, disse un folletto che si era sistemato e perfettamente acclimatato in una mansarda sfitta, non preoccuparti, ci si abitua a tutto. Non è poi tanto male…anche se…da un po’ di tempo è tornata a circolare la parola «sacrifici», naturalmente sempre per le povere persone, sempre quelle…- 
-Belle notizie,- rispose la fata. Ma sapeva che i folletti sono un poco superficiali e riferiscono notizie così per dire o perché le hanno raccolte da un personaggio che a loro pare importante. Ci volle del tempo per trovare Via del Corso. Ci volle tutto un giorno. Oltrepassò un muro e si trovò in un vasto appartamento lussuosamente arredato. La scatola di cui la regina le aveva parlato era illuminata: un quadrato a colori in cui si muoveva un gatto che si chiamava Silvestro. C’era una gran confusione. Corse, sgambetti, botte: ma quanto ridere! La fata si era sistemata sul lampadario che si muoveva per le sue scomposte risate. Nessuno se ne accorse. La scatola colorata aveva cambiato programma. Una storia d’amore, certamente un film. La fata si commosse. Una ragazza, per di più precaria, era stata abbandonata da un giovane disoccupato. Camminava lungo una strada. Si girava sperando che qualcuno la seguisse, bagnando di lacrime un grande fazzoletto bianco. La strada era deserta. In casa piangevano tutti, anche il bimbo degli incubi. Ed ecco le storie vere: un matrimonio, un funerale, un corteo con tante bandiere e tanti cartelli: «i sacrifici noi li abbiamo sempre fatti: ora fateli voi», poi un aereo che partiva, una bomba che scoppiava, una nave che affondava. È proprio una stratificazione di immagini: lo credo, povero bambino. Saprà quale è la realtà e quale la finzione, pensò la fata con preoccupazione, la faccenda si complica. –Non prendertela, disse il folletto ch’era entrato dalla finestra, il mondo è cambiato, mia cara. È il progresso, il progresso ora è disturbato da una grave crisi: s’è fatto il passo più lungo della gamba. Io non ci capisco nulla. La verità è in tasca a poche persone. Corsi e ricorsi. Sempre le medesime cose. Nessuno può cambiare il mondo.- -Quanto ciarli, folletto mio. Io non voglio cambiare il mondo: ho soltanto il compito di produrre sogni gentili,  edificanti: a ognuno il proprio mestiere.- La fata entrò nella camera del bambino che si chiamava Silvano. Urlava: il missile sta partendo dalla stazione Beta, la nave spaziale arriva. Ecco avvistato il mostro spaziale Macabase. Le urla erano così forti che s’aprì l’uscio. Entrò timidamente la giovane mamma:- Silvanuccio, per favore, ti pregherei- -Attenzione, avvistati i Sacrifici superman…annientarli con tutti i denari evasi…suvvia, all’attacco.- La madre se ne andò. Silvano era rosso, sudato. Improvvisamente si addormentò. La fata era stanca, debole, preoccupata. Vide una cosa lucida sulla mensola di fianco al letto: l’aprì. Si trovò tra le dita un rettangolo gommoso che emanava un profumo invitante. L’assaggio, non lo assaggio? –Assaggialo, le disse il folletto appena tornato dal night, lo mastichi senza deglutirlo.- La fata afferrò il chewing-gum  e lo portò alla bocca. Quale delizioso sapore di fragola…e quel liquefarsi per poi ritornare consistente e gommoso. Una scoperta straordinaria. La fata ne combinò di tutti i colori: palline che scoppiavano, fili lunghissimi. Si era tolta la veletta. Il suo viso era un ghirigori di chewing-gum. E guarda un poco, Silvano aveva pacificamente dormito tutta la notte. –Mamma, disse il mattino, indovina che cosa ho sognato: una fata che giocava con il chewing-gum, faceva dei palloni così perfetti che a me proprio non sono mai riusciti: ho dormito benissimo.- La fata dei sogni, forse per pudore, si era calata sul viso la veletta color malva. 
 
 
 
 
 

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