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Inzani, il medico patriota

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Anna Ceruti Burgio
Tra i parmigiani che hanno partecipato alle vicende risorgimentali, merita un ricordo Giovanni Inzani, valente medico e appassionato patriota, di cui l’8 marzo ricorreva il centodecimo anniversario della morte. Giovanni Inzani nacque a Parma nel 1827 in una famiglia di spirito liberale: il padre Mariano, aiutante della Guardia Ducale, ebbe parte attiva nei moti del 1831. Giovanni, dopo gli studi secondari frequentò l’Università di Parma avendo come primo maestro il famoso Giovanni Rossi mentre il Pasquali e il Cipelli gli fornirono le basi di anatomia, fisiologia e medicina legale. Si laureò in medicina a 21 anni. Nel 1848 scoppiarono i primi moti per l’indipendenza, per cui si arruolò come volontario nell’esercito di Carlo Alberto; aggregato alla Brigata Bersaglieri di Savoia prese parte alla battaglia di Novara.
Non potè, però, rientrare a Parma sia perché l’Università era stata chiusa, sia per il divieto delle autorità locali. Si recò dapprima a Firenze, sotto la guida dei maestri Bufalini e Burci, poi a Parigi, sotto l’insegnamento del Velpeau e altri famosi medici dai quali apprese la tecnica del microscopio e quelle nozioni che gli fornirono la base per le sue successive ricerche. Tornato a Parma, nel 1853 conseguì la laurea in chirurgia (allora separata da quella in medicina) e nel 1854 ebbe l’incarico delle dissezioni anatomiche.
Nel 1855 scoppiò a Parma una furiosa epidemia di colera, che infierì soprattutto nell’Oltretorrente causando 1015 morti (gli ammalati furono 1378); l’Inzani fu a capo dei medici che prestarono la loro opera in questa epidemia, come lo sarà successivamente anche in quelle del 1873 e 1884 (nel 1873 meritò la medaglia d’argento per la sua infaticabile opera). Nel 1855 diresse le infermerie per i colerosi allestite, oltre che nell’Ospedale, nel Palazzo del Giardino e nel Convento di San Cristoforo. In quest’occasione compì anche ricerche, che rese pubbliche con una lettera alla «Gazzetta di Parma» del 14 agosto del 1885, e che in seguito trovarono spazio nell’opuscolo «Lezione sul colera», meritandogli la medaglia d’oro.
Nel 1859 fu nominato chirurgo primario della seconda divisione dell’Ospedale cittadino; nello stesso anno, con la seconda guerra di indipendenza, si presentò in Piemonte, dove, ottenuta la convalida della laurea, fu assegnato come luogotenente medico all’ambulanza. Organizzò così i soccorsi ai feriti, improvvisando un ospedale nella chiesa parrocchiale di Desenzano sul Garda; fu anche all’ospedale di Brescia: per i meriti acquisiti sul campo fu promosso capitano medico. Finita la guerra, fu nominato professore di anatomia e dopo la riforme dell’insegnamento universitario fondò la cattedra di anatomia patologica, che tenne fino al 1897. Iniziò così un fecondo periodo di studi e ricerche che produssero importanti frutti, come l’«Atlante di Anatomia» e altri scritti che gli diedero un’ampia fama anche all’estero. Più tardi fu assorbito dall’attività pratica: lezioni, necroscopie, operazioni e l’istituzione e la cura del Museo di Anatomia patologica, molto apprezzato, come risulta anche da un articolo della «Gazzetta di Parma» del 1885.
Non perse però il suo grande spirito patriottico: quando iniziò la guerra del 1866, fu costituita a Parma una squadra facente parte del Comitato Sanitario di Parma istituito secondo la Convenzione di Ginevra. La squadra parmigiana, capitanata dall’Inzani e dal Bezza, si mise in marcia il 2 luglio, ma non potè procedere all’azione per la cessazione delle ostilità e ritornò in città nell’agosto stesso. Nel 1873 fu nominato vicepresidente della Commissione di Sanità del Comune, e meritò la medaglia d’argento per l’opera prestata nell’epidemia di colera; nell’occasione richiamò l’attenzione delle autorità sulla necessità di fornire i quartieri poveri di fognature e di abbondante acqua come prevenzione della malattia.
L'igiene fu una sua costante preoccupazione; anche nell’Ospedale caldeggiò la disinfezione, la sterilizzazione dei ferri, l’isolamento degli infettivi e la lontananza della necroscopia dalle altre aree. Dotato di spirito filantropico, si prodigò affinché negli ambulatori ospedalieri fossero effettuati consulti e visite gratuite per i meno abbienti. Restò sempre affezionato alla sua città: per non lasciarla rifiutò, nonostante le pressanti insistenze degli amici, una cattedra a Pavia e un posto importante alla Facoltà di Chirurgia a Bologna. Fu più volte preside della Facoltà di Medicina e nel 1881 fu nominato membro del Consiglio Superiore dell’Istruzione; ebbe anche l’onorificenza di Cavaliere della Corona d’Italia. Andò in pensione nel 1887 col titolo di chirurgo emerito e direttore onorario dell’Ospedale. Morì nella sua villa di Sant'Ilario d’Enza nella notte fra il 7 e l’8 marzo 1902. Parma gli ha intitolato una strada trasversale di via d’Azeglio.


 

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