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Charles Dickens turista a Parma

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Giuseppe Martini
In una piovosa giornata di novembre del 1844 un giovane viaggiatore inglese scese all’Albergo della Posta nell’attuale Strada della Repubblica a Parma, vi pernottò e il giorno dopo si dedicò a una veloce visita della città: era Charles Dickens, e vale la pena cogliere l’occasione del bicentenario della sua nascita, caduto il 7 febbraio scorso, per una riflessione pacata sulle sue impressioni della città, molto diverse rispetto a quelle di altri illustri turisti del tempo. Dickens era partito per l’Italia nel luglio 1844 con la moglie Kate Hogarth, la cognata Georgina, i cinque figli Charles, Mary, Katie, Walter e il piccolissimo Francis, una quantità imprecisata di servitù e la fida guida avignonese Louis Roche, che nelle lettere chiama «the brave C.»: il coraggioso corriere. Fin da agosto prese stanza a Genova, la città che più gli piacque di tutto il viaggio italiano, soggiornando prima a Villa Bagnarello ad Albaro e poi a Palazzo Peschiere.
A quell’epoca era un trentaduenne che dimostrava qualche anno in meno, e non portava ancora baffi e pizzetto, che cominciò a farsi crescere non prima del 1853, aveva già scritto «The Pickwick Papers». «Oliver Twist», «The old Curiosity Pub», «Martin Chuzzlewit», il celeberrimo «A Christmas Carol» e tre giorni prima di arrivare a Parma aveva terminato un nuovo racconto natalizio, «The Chimes» (Le campane). Tutto ciò non bastava a farne un nome conosciuto in Italia, e neppure i suoi pittoreschi compagni di vettura da Genova a Piacenza dimostrarono di sapere chi fosse.Forse a causa dei previsti disagi del tratto di strada verso l’Emilia, Dickens lasciò la famiglia a Genova partendo alla volta di Piacenza con Roche poco dopo le 17 di mercoledì 6 novembre, viaggiando fra pioggia e fango sulla nuova carrozzabile dei Giovi: alle dieci di giovedì 7 fece colazione ad Alessandria, alle 16 continuò il viaggio verso Piacenza con una compagnia di simpatici toscani che dicevano «già» invece che «sì», ma la carrozza fu costretta per il buio a fermarsi a Stradella dove Dickens e Roche, infreddolitissimi, cenano a base di cavolo bollito, maiale e pollo. Ripartono verso le 5 del mattino, dopo sei ore arrivano a Piacenza in tempo per vedere e non gradire la città, e poco prima delle 18 entrano a Parma.
Nonostante il rapporto dei Dragoni conservato in Archivio di Stato di Parma riporti che «Carlo Dichens, gentiluomo inglese» era arrivato a Parma l’8 novembre 1844 «con famiglia, domestici e corriere», è certo che la moglie, i figli e la cognata erano rimasti a Genova e si sarebbero riuniti a lui solo alcuni giorni dopo a Milano, come conferma la lettera indirizzata da Dickens alla moglie appena arrivato in albergo; né peraltro fa mai cenno alla presenza di domestici con sé. Sappiamo invece che trovò francesizzante («quite French») l’Albergo della Posta, méta obbligata degli stranieri in città, e che cenò con gusto nella sua camera al secondo piano.
È noto che, a differenza di molti suoi compatrioti, Dickens non era granché sensibile ai paesaggi e captava irregolarmente i fatti artistici; in compenso era sensibilissimo agli ambienti antropologici, e anche Parma lo colpisce per le strade «allegre e movimentate» ma proprio per questo, secondo lui, diventava «meno caratteristica di altre località meno interessanti». Tutto quanto sappiamo della sua visita in città è affidato alla lettera alla moglie, che però si ferma alle soglie dell’Albergo, e al capitolo 5 di «Pictures from Italy», pubblicato nel 1846, dal quale sembra che Dickens futuro autore del celebre «David Copperfield», non abbia ritenuto degni di memoria a Parma che la Cattedrale e il Teatro Farnese. Della prima resta colpito dalla piazza appartata e silenziosa, popolata dai «grotesque monsters» dello zooforo del Battistero, dal cinguettìo degli uccelli in contrasto con le ossessive litanie dei fedeli, i dipinti che deperiscono e l’assalto di mendicanti deformi nella cripta; del secondo l’immagine desolata dell’abbandono, con il soffitto crepato, i palchi cadenti, umidità e muffa che tracciano «spettrali mappe sui pannelli», i topi che si aggirano, l’odore di terra, il palcoscenico marcio. Se gli spettri recitassero, conclude, questo sarebbe il loro spettrale palcoscenico («If ever Ghosts act plays, they act them on this ghostly stage»).
Siamo certamente nel periodo più stanco della ducea di Maria Luigia, e lo stato del Teatro Farnese descritto da Dickens non doveva allontanarsi di molto dalla realtà. Ma anche la mente del viaggiatore doveva essere assai ricettiva al senso del disfacimento, cosa che peraltro lo rende quasi cieco al resto, eccetto il cenotafio di Petrarca in Duomo e gli studenti che copiavano i dipinti («very remarkable pictures») della Galleria. Sarebbe però scorretto accusarlo di non aver compreso le bellezze artistiche di Parma: il suo noto giudizio sugli affreschi correggeschi del Duomo (membra intrecciate come nemmeno «un chirurgo impazzito potrebbe immaginarle») fu senz’altro condizionato dal loro stato di sporcizia e scarsa illuminazione, e lo si comprende nel momento in cui prova a sostituire agli occhi l’immaginazione, ammettendo che «il Cielo sa quanto un tempo dovettero essere belli».
Al di là poi di quanto potesse il valoroso Roche, non sappiamo chi lo guidò nei meandri artistici della città: forse riuscì ad avvicinare Angelo Pezzana, se non addirittura Paolo Toschi, certamente dovette avere informatori di prima mano, come dimostra la conoscenza, esatta e non scontata, del fatto che il Teatro Farnese fosse in disuso da centodieci anni. Era accaduto poi che l’occhio allenato alla dissoluzione delle cose umane gli aveva permesso di vedere Parma sotto una luce meno compiacente e meno condizionata dai luoghi comuni, e forse meno distante dalla realtà.
 

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