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Vite fatte di apparenza

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Rita Guidi

E’ possibile morire di bellezza? Piegati e piagati da un morbo che ferma il cuore senza spegnere gli occhi? La risposta (un sì) è tutta nelle pagine del saggio «L’uomo di superficie» (Rizzoli, pag. 214, euro 17,50) di Vittorino Andreoli. Allarmata e allarmante diagnosi che il celebre psichiatra ci offre con tutta la forza di sempre: con un amore che è una strenua lotta contro quel male che chiamiamo follia, e che può riguardare il dolore di un singolo uomo o di un’intera società.  Dopo «Il denaro in testa», lancinante denuncia di quell’ossessione di possesso che si è aggiunta come nuova patologia accanto alle più conosciute malattie mentali, Andreoli prosegue così la sua opera di sensibilizzazione (qualcosa che, come il giuramento di Ippocrate, trova una radice nella sua essenza di medico) nel metterci in guardia da certa modernità legata a doppio filo con devastanti devianze; di più: con segnali così drammatici da palesare il rischio di una fine, di un ultimo atto della (nostra) specie, della nostra civiltà. Nulla a che vedere con (urtanti) catastrofismi o profezie da 2012, l’autore segue «semplicemente» l’accelerazione frenetica dei cambiamenti sociali attraverso un confronto, un profilo: il proprio.  Non autobiografia ma paradigma di un «modus vivendi» scandito dallo scorrere del tempo, Andreoli ci accompagna così in una duplice scoperta: quella della sua vita, della sua infanzia, della sua crescita umana e professionale, e poi – come in un drammatico specchio – quella di quell’altro uomo (parallelo e dilagante), insospettabilmente malato, che ci troviamo accanto. «Uso la mia storia per significare come l’uomo e il suo mondo si sono modificati quasi irrevocabilmente nell’arco di poco piu’ di settant’anni – scrive nelle nota introduttive – Credo in questa maniera di poter mostrare come i cambiamenti siano straordinariamente importanti». Tra i più eclatanti uno tra i più semplici e immediati: quel rito del pasto che apre il tempo di questo personalissimo racconto e che diventa simbolo straordinario di una distanza abissale tra la quotidianità di oggi e quella di solo pochi anni fa. Lo spettro della fame e della povertà (insomma la guerra) appena dietro l’angolo, la tavola non raccoglieva solo la sacralità di un cibo prezioso perché fonte di vita, ma era vita stessa della famiglia: per tutti una fetta di polenta, al centro un grande piatto con un’aringa, ognuno ne staccava un boccone, e lo intingeva nel sugo «manovra che richiedeva grande attenzione per non strapparne una porzione eccessiva, che ci avrebbe immediatamente macchiati di egoismo, di noncuranza nei confronti degli altri». Era un test di personalità, aggiunge, un esame della morale (cui seguiva il nutrimento dell’anima: una preghiera o un rosario che la nonna recitava accanto al camino). Forse, se fossimo invitati a pranzo su Marte, ci sentiremmo meno alieni e distanti da quel tavolo imbandito appena ieri. Eppure è una testimonianza educativa che dovremmo stampare sul pane (poco, per carità...) che ci concediamo fra strappi alla dieta, pasti frettolosi e solitari, e – nel caso di incontri conviviali – bambini rigorosamente in camera... Ma la patologia, il male devastate dei nostri giorni, non è certo – non soltanto – questo. Dopo i giorni dell’autore che attraversano gli anni ribelli (propri e del mondo), come anche il ventennio berlusconiano (inclusa la fine dell’amicizia con Prodi, tanto per mantenere una par condicio) e che sono davvero da non perdere per i tanti sassolini che l’autore si toglie dalle scarpe, il saggio entra nel vivo della questione. In quella degenerazione della specie che è l’uomo di superficie, come recita il titolo. Uomo di superficie e dunque non superficiale, attenzione, perché la superficialità presuppone un’interiorità, anche se non ci se ne cura. No. L’uomo di superficie è un contenitore vuoto. Palloncino di cute preoccupato del pelo e del chilo di troppo, punto. Un nulla di bell’aspetto. «Una forma nuova dell’Homo Sapiens Sapiens, anche se non mi pare per nulla sapiente, anzi piuttosto stupido: Homo Stupidus Stupidus», che ha la bellezza come scopo della vita; tutto si colloca in superficie e si attacca alle sue forme. Per questo, per lunghe pagine, Andreoli indaga ogni parte (nobile e meno nobile) del corpo. Le pone al centro di questa riflessione (di queste cure) malate, ossessive, che trafiggono l’uomo nella sua essenza, e paradossalmente lo condannano alla piu’ infelice delle corporeità. «Voglio vedere girare per strada coppie obese felici di amarsi... vecchi che girino per strada senza vergogna per la pelle che cade... una donna serena e gioiosa anche se il suo corpo non corrisponde ai modelli umani e disumani che la incalzano...». Rivuole l’uomo, Andreoli, non quello di superficie, perché «questa bellezza rappresenta la morte dell’uomo, la morte della civiltà». Bellezza che è vuoto e dunque nega se stessa: pienezza di vita, fragilità. E invece è quando siamo fragili che siamo forti, è quando siamo imperfetti che siamo noi, è quando siamo anima che siamo belli. Sono le pietre scartate dai costruttori che diventano testate d’angolo: meraviglia salvifica di bellezza – bellezza di vita e non di morte - ai nostri occhi.
L'uomo di superficie - Rizzoli, pag. 214, 17,50

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