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Quel bandito gentiluomo

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di Armando Orlando

Andrea Villani lo voleva proprio scrivere questo romanzo su una vita da romanzo. Per mettersi alla prova, come sempre accade agli scrittori, e per raccontare una storia troppe volte data per scontata, anche a causa dei mille cliché di cui era prigioniera. Forse voleva scriverlo da sempre. Non per nulla in «Questo sangue», racconto lungo o romanzo breve (a seconda dei punti di vista) del 2008, Andrea Villani immaginava Luciano Lutring in attesa del proprio turno allo sportello di una banca che, di lì a poco, sarebbe stata rapinata da un fuorilegge improvvisato, un po' ingenuo e un po' cialtrone, destinato come tutti i vinti a finir male. Da quel racconto pubblicato per i tipi di A.Car nella collana «corti thrilling» è «nato tutto». E il tutto a cui fa riferimento Villani, scrittore anche di un testo teatrale su Lutring, è l’amicizia «molto forte» con il solista del mitra, la passione per la sua vicenda di uomo e di bandito romantico, il libro fresco di stampa che del mitico rapinatore milanese racconta la parabola. «Luciano Lutring. La vera storia del solista del mitra» (Mursia) è uscito in libreria da una settimana circa, mentre su Sky impazza la serie su Felice Maniero. Viene da pensare che non sia un caso. Villani però è tranquillo, non teme di perdersi in un filone cominciato con la banda della Magliana.
«Lutring è talmente diverso da tutti gli altri – spiega Villani -. Le sue regole erano semplici: niente sangue e nervi a posto. Una volta, in Francia, un gendarme rimase ferito si può dire accidentalmente. Luciano Lutring si fermò a soccorrerlo. C'era talmente poca violenza in lui che, quando realizzarono il primo film sulle sue imprese criminali, rimase sconvolto e offeso dalle mascalzonate inserite nella trama. “Io – diceva – non ho mai picchiato una donna, né fatto tutte quelle cose lì”. Lutring è Lutring».
Come vi siete conosciuti?
«La prima volta che Luciano Lutring mi chiamò, lo confesso, provai terrore. Voleva congratularsi per “Questo sangue”, farmi sapere che gli era piaciuto il modo in cui avevo raccontato un episodio mai accaduto che, se mai lo fosse stato, avrebbe avuto l’andamento che gli avevo dato io. Si era ritrovato, insomma. Mi fece piacere sentirglielo dire».
E poi?
«Poi siamo diventati amici. Ricordo una cena, sul lago Maggiore. Eravamo 14 persone, giornalisti e amici per lo più. Andammo a mangiare in un ristorante vista lago. Luciano Lutring è sempre stato un uomo generoso. Decise di pagare per tutta la comitiva e chiese il conto. Dopo che l’ebbe avuto tra le mani, si rivolse al titolare: collega, disse, venga qua. E quello: è un ristoratore anche lei? Assolutamente no, rispose, ma anche io ho rubato per anni».
Come è nata l’idea del romanzo?
«Da un paradosso. Ho capito che un uomo come Lutring aveva un codice morale le cui regole hanno un valore assoluto. Il paradosso è dato dal fatto che alcuni concetti o sentimenti, come il rispetto dello Stato, si trovano nei luoghi che sembrano esserne privi. Quando Luciano Lutring perse suo figlio Mirko, fulminato dall’alta tensione a causa di un cavo penzolante lasciato da qualche operaio Enel, avrebbe potuto fare causa all’azienda statale. I suoi avvocati glielo consigliarono caldamente: era una causa già vinta. Lui lasciò perdere. Era stato perdonato dallo Stato con la concessione della grazia e a sua volta perdonava».
Che bandito è stato Lutring?
«Lutring cercò di rubare la corona di Miss Italia a Salsomaggiore, la mia città. Era il 1964 e i gioielli erano veri, firmati da Bulgari. Lui e la sua banda agirono in un modo che oggi sarebbe inconcepibile. Quando il colpo fallì, Lutring svaligiò una pellicceria. Per scappare scelsero la strada meno comoda e discreta, passando dalla piazza principale di Salso. Questo per dire che c'era una spavalderia e anche una improvvisazione che oggi sarebbero fuori luogo per imprese così eccezionali. Lutring è stato un bandito coraggioso e un gentiluomo. Ingenuo direi, come può esserlo un bambino. Provava un brivido lungo la schiena mentre eseguiva una rapina e quella era la sua droga, se si esclude il cinzanino bevuto prima di entrare in azione».
Come nasce la sua epopea?
«Da Ignazio Lutring detto Jack e da Elvira Minotti. Lei era una vedova di guerra, lui un immigrato ungherese con buone doti di pugile. Nel mio romanzo ci sono anche loro e naturalmente il racconto avviene secondo i codici del romanzo. Ignazio incontra Elvira in tram, dopo un incontro sul ring. Il tram traballa, ma la vedova è ferma come una roccia. Volevano che Luciano Lutring diventasse un violinista. Gli avevano dato educazione e benessere, ma lui cercava altre cose. Cercava il brivido lungo la schiena. Comprò una pistola in dotazione alle guardie canadesi. Non c'era modo di procurarsi le pallottole. Fu con quel revolver scarico che fece la prima rapina».
Lutring dice che era andato in posta a pagare una bolletta, che l’impiegato vide il calcio dell pistola spuntare dai pantaloni e gli diede tutti i soldi in cassa. E verò che andò in quel modo?
«Secondo me sì. Ma poi che importa? È una storia talmente bella».
Che uomo è Lutring?
«È un uomo buono».

Luciano Lutring. La vera storia del solista del mitra - Mursia, pag. 178, 15

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