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Arte-Cultura

Passavamo le ferie a Po

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di Gustavo Marchesi
Giù alla Bassa, nel primo dopoguerra si marciava ancora a piedi o in bicicletta e d’estate, quando il mare pochi lo raggiungevano, gli altri passavano le ferie a Po. Noi giovani (allora) guazzavamo in un’acqua tanto pulita che addirittura si beveva. Sugli arenili, bianchi come bucati, gli anziani facevano le sabbiature e nei loro discorsi li sentivamo che le sparavano quasi più grosse del famoso Baron. Al confine dei boschi, fuori dal percorso delle zanzare che abitavano il verde, ci aspettavano le osterie, le merende classiche, tonno e sgombri, gnocco fritto, cotiche in umido con fagioli, gamberetti caldi salati, ceci, uova sode, trippe e gorgonzola. Richiami da vino mantovano, buio e tagliente.
Osterie di Po senza pretese, non di rado provvisorie, casotti col tetto di lamiera che si perdevano nella solitudine nebbiosa delle stagioni fredde: chilometri di ovatta cenerina occultavano le prodezze dei bombaroli, che per una padella di pesce facevano una strage. Nei locali gli avventori contavano gli scoppi e ci puntavano le scommesse: oltre a boscaioli, ambulanti, cacciatori, barcaioli e pescatori regolari, anche cantastorie e girovaghi tra i quali, ricordo, un certo Lorenzo Bottoli conosceva una quantità di storielle e vecchie canzoni nostalgiche – le particolari nostalgie conservate in alcol. Dalle sue parole vedo ancora personaggi come Cisara e Tunana, abbastanza bevuti, profilarsi nel buio lungo la Coronella, un arginetto alto e stretto che in bicicletta si percorreva anche di notte con la dovuta prudenza. Cisara pedalava davanti e fumava, Tunana dietro, gli occhi fissi al toscano di Cisara, l'unico lume del percorso, essendo che viaggiavano senza fanali. Quando Cisara si liberò del mozzicone, che saltò acceso in una piana invisibile, Tunana lo seguì e precipitò con la bici fino a impantanarsi in uno stagno. Dopodiché i due cominciarono a dirsene, ma la notte estiva, forse altrettanto stordita, li fece zittire nel sonno.
Bottoli rideva divertito, era un gran bonaccione. Lo uccisero a pugni, in un bar di paese, dei ragazzi per i quali Bottoli valeva meno di una bestia randagia. Ma da noi questa teppaglia non veniva.
Dalla Wilma, una baracca di faesite appoggiata su una cantina in muratura, si stava alla buona, però non mancavano grossi pranzi e cene. In quei casi la Wilma reclutava Cantarelli, già cuoco a una mensa ufficiali, un gigante, le lunghe braccia forzute e l'andatura da funambolo. Cucinava con una batteria decrepita e serviva in tavola senza lavarsi le mani, in tenuta malnetta: le portate però figuravano sempre eccellenti. La Wilma, un tombolotto di fine pelle chiara, gli occhi celesti acquamarina, lo seguiva puntuale, sturava e versava. Ridanciana e carina con la sua bocca piccola sapeva stare allo scherzo.
Qualche volta i menù erano monotoni, ma niente affatto disprezzabili. Un inverno durante una piena ci furono lepri per un mese. Le coglievano stecchite sugli alberi, dove erano corse per scampare all'annegamento. Famigliole intere così frollite dal gelo, che non s’immagina; e Cantarelli vi aggiunse, con mio dispiacere, un paio di gatti al sugo, prelibati.
I raduni cessarono per un fatto imprevedibile. La Wilma, sposata a un bombarolo e con due bimbi, scappò insieme ai piccoli con Nosén, uno dell'oltrepò, timido e taciturno che aveva già moglie e figli anche lui. La baracca andò a fuoco e secondo i carabinieri era stato il marito dell'adultera. Le prove comunque non si trovarono.
Il cambiamento produsse un dispiacere generale. Del resto tutto cambiava. Colpa degli scarichi, l'acqua diventava oleosa, fetida, il pesce immangiabile. E aumentava il fastidio del nuovo ponte in cemento, invadente e fracassone. Il vecchio ponte di legno adagiato sulle chiatte a pelo d'acqua, portava un'animazione più ragionevole, un disturbo relativo di macchine, sul ritmo cantabile delle tavole smosse da un moderato viavai.

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