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Arte-Cultura

Installazione vivente

Installazione vivente
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Patrizia Ginepri

Quando mai ci capita di fermarci a riflettere sulla vacuità, il tempo, lo spazio, l'inafferrabile momento del «qui e ora». Questa è l'idea che accompagna l’ultima creazione di Marina Abramovic, imperatrice della performance art, presente fino al 10 giugno nel Padiglione Arte Contemporanea a Milano con la sua ultima creazione «The Abramovic Method». L'artista serba ci invita a fermarci e a riprenderci il nostro tempo. Lo fa coinvolgendo 21 persone a ogni ripetizione della performance (dura 90 minuti e viene riproposta ogni due ore, a partire dalle 10 del mattino) all'interno di una living installation, un percorso sperimentale e sensoriale: sono loro stessi «performance art». E mentre i partecipanti compiono il percorso, il pubblico può osservare attentamente, usando anche telescopi messi a disposizione, per vedere nei minimi particolari le reazioni di donne e uomini seduti, in piedi o sdraiati. «Lo spettatore sarà come uno specchio per il pubblico che partecipa all'installazione - spiega l'artista nella sua introduzione - spero che l'osservatore e l'osservato sappiano mettersi in relazione con se stessi e con il presente». Mentre parla la Abramovic ha uno sguardo fiero, che ipnotizza e fa vacillare. Il percorso allestito al Pac è scandito da video su cui sono proiettate le registrazioni di precedenti performance compiute dall’artista di Belgrado in musei di tutto il mondo: mentre è appesa nell’aria sopra una cucina in «The kitchen», circondata da agnelli in «Back to simplicity», sepolta da cristalli in «Dozing consciousness»  e altre creazioni che Marina Abramovic ha sperimentato su se stessa in anni di dedizione e ferreo autocontrollo. Un processo culminato nel 2010 al Moma di New York con «The artist is present»: l’artista si è esibita per tre mesi ogni giorno nelle ore di apertura del museo, seduta in assoluto silenzio a un tavolo, invitando i visitatori a sedersi di fronte a lei per tutto il tempo desiderato. Questo percorso, diventato un film documentario diretto da Matthew Akers, ha vinto il premio del pubblico al Festival di Berlino 2012. Ed è proprio un'installazione sulla performance newyorchese ad aprire la mostra di Milano curata da Diego Sileo ed Eugenio Viola e prodotta da Comune di Milano e 24Ore Cultura. In due enormi pareti contrapposte svettano proiezioni multivideo: da un lato decine di primi piani dell'artista e dall'altro i tanti volti di chi ha accettato di sedersi di fronte a lei incrociando i suoi occhi magnetici. La Abramovic riesce a instaurare un'empatia genuina con chiunque entri in contatto con lei. L'emotività affiora assieme a dolore, felicità, stupore e pianto. Il «metodo» che propone oggi  è frutto di 40 anni di esperienza. «Ho capito - spiega - che senza pubblico la performance non ha nemmeno ragione di esistere. Ogni installazione scaturisce dalla simbiosi, dall'alchimia che si crea tra performer e pubblico. Perché è il pubblico a completare l'opera, grazie a un processo di condivisione e di reciproco apprendimento». Già dal 1970 l'artista serba sentiva la necessità di rendere l'arte viva. «Presto mi fu chiaro - racconta - che la performance era il medium che mi era più congeniale. E iniziai a usare il corpo». Ma perché tanta crudeltà verso se stessa fino a rischiare la vita? «Per me - risponde - era importante fare ricerca, dovevo capire come fosse fatto il corpo. C'era il dolore fisico, ma ciò che contava era il messaggio». Negli ultimi anni la sfida ha cambiato bersaglio ed è passata alla mente. E l'esempio è proprio ciò che Marina Abramovic ha realizzato al Moma. «È stata di gran lunga - assicura - la performance più pesante di tutta la mia vita». Tutti ascoltano in religioso silenzio. Lei è una donna istrionica e passionale che si porta dietro, con orgoglio, tutte le cicatrici accumulate negli anni. E la sua grande capacità è proprio quella di strappare alle persone il meglio e il peggio, guidando sensi e pance.
 

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