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Padre, figura in crisi da rivalutare

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Rita Guidi

Fare il papà? E’ una sfida al gioco dell’oca: un passo avanti e tre indietro se si riesce a saltare la casella dove «hai perso, devi uscire dalla partita»... Un paragone calzante (e un paradosso tutt’altro che irriverente) che ci viene «da un giovane padre che ha un po’ di anni in più della media dei padri giovani»: Stefano Zecchi. Di nuovo filosofo e di nuovo schiettamente stuzzicante (come già lo conosciamo) in questo suo ultimo «Dopo l’infinito cosa c’è papà?» (Mondadori, 108 pagg., 17 euro). Una manciata di pagine, nelle quali il celebre autore descrive ciò che osserva intorno a sé: «Mamme e papà indaffarati intorno ai loro figli, o indifferenti, assenti. Famiglie che si uniscono con grandi progetti di vita e che si sgretolano per il più  infantile egoismo». Soprattutto, Zecchi, dalla prospettiva privilegiata di «padre che cresce vedendo crescere il proprio bambino», ci offre un’analisi (ma anche una proposta e una prospettiva) della figura del padre nella nostra società. Figura trascurata, «mammizzata», addirittura negata, con grave danno dell’equilibrio educativo ad ogni livello. «Se la percentuale maggiore di padri si suddivide in fuggiaschi, cioè quelli che se la danno a gambe perché tanto con i figli è la madre a volere far tutto, e mammi, è chiara la ragione per cui oggi si vive in una società dove crescono adolescenti insicuri, impauriti, che si arrendono di fronte a modeste difficoltà e crollano al primo insuccesso, perché non hanno avuto quell’esperienza della realtà e di apertura al mondo che si riceve attraverso l’educazione paterna». Senza peli sulla lingua, Zecchi smonta tranquillo alibi e frenesie di certa modernità; il dito puntato non solo su un’onnipresente gestione femminile, ma anche sull’uso consueto e improprio di certe affermazioni: gli asili? Sono «un ricovero dove affidare i propri figli». Il tempo di qualità? «E’ un’ipocrisia dei padri per giustificare il poco tempo che dedicano ai figli». La confusione dei ruoli? Il frutto sciagurato di una società «aperta e emancipata in cui la vecchiaia è uno scandalo da rimuovere» e in cui non si capisce più chi è il papà, chi la mamma e i nonni sono padre e madre insieme... Eppure – insiste Zecchi – c’è qualcosa di evidentemente semplice, di indubitabilmente bello (non per nulla è docente di Estetica), nella naturale dimensione familiare: quella in cui ognuno ha il proprio posto assegnato da sempre (dalla cultura e dal Dna); quella che ogni bambino sa istintivamente individuare, sancire, riconoscere. Per questo sono particolarmente (filosoficamente) belle e importanti, le domande che il figlio dell’autore gli rivolge e che scandiscono come capitoli questo saggio breve – il tono sempre quotidiano, lieve (senza nulla togliere alla profondità), divertente; questo taccuino sulla paternità. «Chi sei papà?»... «Chi sono i buoni?»... «Mi prendi la luna?»... Occorre tutto l’amore di un padre per rispondere davvero: occorre osservare, ascoltare, esserci. Ritagliarsi un ruolo e un tempo – insiste – che la nostra società (le nuove dinamiche familiari) spingono a negare. Occorre, di nuovo, essere nuovamente padre: né mammo né padre padrone. Compagno di lotta e di gioco, complice di vita e d’avventura. Una figura assai più vicina al mito di Ettore che a quelli cari a Freud e alla psicanalisi. Un padre pronto a spogliarsi della corazza di «guerriero» per abbracciare il proprio figlio, per indicargli ciò  che è bello e buono, e poi innalzarlo verso il cielo. Un padre (un uomo) che si riappropri della propria storia, e che scelga «una visione epica, appunto, della vita e dell’amore, molto diversa dalla commedia umana che separa e distingue... inseguendo una giovinezza intramontabile». Paternità, famiglia, fedeltà, Zecchi è di nuovo fortemente contro tanta quotidiana banalità. Fortemente contro «quel pensiero convenzionale, apparentemente libero e anticonformista, che invece considera la fedeltà nell’amore una rinuncia alle ricchezze offerte dalle esperienze della vita». Basterebbe ricordare, basterebbe osservare. Saranno proprio i figli, allora, a restituire ai padri la possibilità (la necessità, la grandezza) di esserlo, di volerlo, di diventarlo di nuovo.
Dopo l'infinito cosa c'è papà? - Mondadori, pag. 108, 17,00

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