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Il racconto della domenica - Un fuoricampo possibile

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Luca Guareschi

Gli scienziati ritengono che le supernovae, in un immane rigurgito di vitalità prima di scomparire nel vuoto e buio infinito, esplodano inseminando gli universi di un'onda di luce e di primordiali elementi radioattivi in un sublime atto procreatore e trasmettendo il loro seme a chissà quali mondi. Capita ciò anche all'esistenza ben più misera e finita degli uomini? È possibile che vite già concluse, già avviate verso il declino, non solo in senso strettamente fisico e temporale ma anche esistenziale e morale, vite che hanno già dato il peggio di sé, alle quali il protrarsi dei giorni non aggiungerebbe nulla di nuovo e di utile e di degno di essere ricordato rischiarino con un solo modestissimo ma eccezionalmente simbolico gesto l'oscurità di cui sono ormai avvolte restituendo a se stesse valore e senso?
 Zero a zero. Nono inning. Basi piene. Conto pieno. La partita perfetta, somma e rara convergenza di infinite possibilità. Marco in battuta. Il Cane sul monte lo scruta, pronto ad azzannare. Quando scatterà il morso fatale? Tra un secondo, tra dieci? Il mastino ruota il collo come una torpida iguana, controlla le basi. I corridori sono già staccati, pronti alla volata. La difesa è piazzata perfettamente. Le due squadre stanno per gettare sul diamante le estreme decisive energie. Il Cane torna con finta indolenza a fissare il guanto del ricevitore e si concentra, ringhio trattenuto, sordo; odio feroce nelle fessure degli occhi. Curvo in avanti. Le braccia ripiegate dietro la schiena. Ha deciso. Cela fino all’ultimo dentro il guantone la presa della pallina agli sguardi avidi dei suggeritori. Cenni d'intesa con casa base. Dalle panchine segnali in codice. Sputi. Silenzio. Aria immobile. Attesa. Due cervelli che lavorano freneticamente. Nervi tesissimi. Mors tua vita mea.
Nel cielo buio sopra la ferrovia un lampo estivo. È così definito e potente e luminoso che è possibile scorgerlo nonostante il riverbero dei riflettori. Cedono tutti i sarcofaghi di cemento cerebrale gettati a bloccare ricordi ed emozioni che non dovrebbero mai fuoriuscire in superficie, semmai limitarsi a inquinare le inconsce falde delle sotterranee sorgenti di nevrosi e devianze.
Un’infanzia tra botte ed abusi. D’estate, la sera, fuggiva dall’inferno di casa. Il gruppo si radunava nel piazzale e in bicicletta attraversava via Golese verso l’Europeo. Afose serate sulla massicciata dei binari trascorse a invocare una linea dritta nella loro direzione. Rimanevano lì finché l’aria si faceva più fresca, finché si spegnevano le luci del diamante e il buio si riappropriava del quartiere, sprofondandolo in una quiete d’altri tempi. Poi gli anni folli, la droga, i furti, le rapine, il carcere. Uscito da San Francesco, incontrò sua moglie nella cooperativa sociale dove gli avevano trovato lavoro come ex detenuto. Non capì mai perché lui le fosse piaciuto. Perché lei fosse attratta da un avanzo di galera. Perché mettesse in gioco i rapporti con la famiglia. Perché accettasse di vivere in un piccolo appartamento delle case popolari di via Buffolara. Perché acconsentisse a spostarsi solo in bicicletta e a non andare mai in vacanza. Perché si accontentasse di pochi vestitini acquistati al mercato. A causa del suo egoismo tutto ciò gli risultò sempre incomprensibile.
Nacquero due figli, maschio e femmina. Indesiderati, per lui insignificanti, invisibili. Non si curò mai di loro, non li seguì, non spese tempo. Li affidò completamente alla moglie, concentrato su se stesso e del tutto assorbito nel piangersi addosso. Inspiegabilmente, i due bambini crebbero affezionatissimi al padre.
Ora nella minuscola tribuna la moglie e i figli lo ammirano con tutto l’amore che lui non ha mai nutrito. Può una vita arrampicarsi oltre i bordi dello squallore grazie a una rabbiosa fulminea traiettoria a filo del piatto, precisa al centimetro? Può insomma un’intera esistenza essere riscattata da un semplice banale tutto sommato ordinario fuoricampo pulito, nitido e chiaro come il mondo? Toc, e via. Già si sa che va fuori.
Sì. Sì, è possibile – dice Marco.
Ecco il lancio. Marco prende il tempo al bolide in furioso avvicinamento, strizza gli occhi, serra le mascelle, gira la mazza. Con tutte le sue forze.  
 

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