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Maria Luigia inedita

Maria Luigia inedita
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 Ministri condizionati dall’imperatore, possidenti agrari che remano contro il governo, nobili allergici al libero mercato, appaltatori favoriti sottobanco, leggi su misura per gli imprenditori, i soliti giri di mazzette: si dica che è sempre la stessa storia, ma ogni società ha i suoi metodi, e Parma nella prima metà del ducato di Maria Luigia si è confezionata in questo settore una propria ricetta che mise in conflitto in forme spregiudicate gli esiti sociali dell’eredità postnapoleonica a spese delle garanzie istituzionali, e non di rado al di là della consapevolezza del sovrano stesso, sul quale sarebbe scesa comunque la protezione di quegli scenari idilliaci allestiti da una storiografia ingenua che ha a lungo coltivato l’immagine di un governo controllato da una duchessa protettiva e munificente. In questi scenari gli uomini di governo hanno assunto spesso un ruolo marginale e confuso, talora anche clamorosamente frainteso, come se la sola presenza della duchessa ne potesse sancire l’irrilevanza politica nel contesto di un ducato felicemente singolare. Non era così, evidentemente. Per entrare in dialettica con una tradizione si può tuttavia opporre documenti, se si ha voglia di cercarli, se si ha voglia di sfogliarli, se si ha voglia di interpretarli. Il primo requisito che è servito a Lucia Togninelli per rendersi conto della realtà di quel periodo storico è stata non la fortuna di impattare in carte interessanti durante l’inventariazione di un fondo dell’Archivio di Stato di Parma, dove lavora, ma la sensibilità di individuare da lì un percorso fecondo, e di inseguirlo con pazienza. Pazienza è quella che è venuta utile per setacciare scaffali di faldoni che raccolgono la documentazione amministrativa di oltre quindici anni di ducato, per individuarne la qualità attraverso quella «discrezione» guicciardiniana, quella giusta misura che è del buon storico, e per ricostruire un quadro che spesso si presentava in distonia con interpretazioni a lungo date per scontate. Non ultime le hanno giovato la completa assenza di qualsiasi sentimento di presunzione e il tarlo del dubbio, che sono caratteristiche genuine prima di tutto della persona. Ne è nato un volume di quasi seicento pagine, eppure agilmente consultabile, che verrà presentato mercoledì 4 aprile alle ore 17 nell’Aula dei Filosofi del palazzo centrale dell’Università, suggellando oltre dieci anni di ricerca e di scrittura che restituiscono un’immagine sorprendente della Parma dei primi quindici anni di Maria Luigia, vale a dire di un periodo finora non troppo indagato pur nella disponibilità di un’ingente dose documentaria. Del resto non è un caso che alla presentazione partecipino Marzio Dall’Acqua, già direttore dell’Archivio di Stato di Parma, e Marco Meriggi, docente di Storia delle Istituzioni Politiche e Sociali all’Università «Federico II» di Napoli. «All’ombra della corona. Manovre istituzionali e speculative nel Ducato di Maria Luigia dal 1814 al 1831», pubblicato dalla Casa Editrice Alessandro Farnese, è infatti prima di tutto, per come è nato e per come si è realizzato, un tributo all’immenso patrimonio documentario dell’Archivio di Stato, che rappresenta l’inaggirabile riferimento tangibile per la storia di una città che della propria storia ha sempre mostrato vanto. Ma è un tributo di lavoro diuturno e minuzioso, consumato non in sterili contraddittori ma esclusivamente nell’appassionato lavoro dello storico, consapevole della necessità di raccontare con gradevolezza, minuzioso nella ricchezza critica di informazioni e consapevole di dover procedere dal concetto storiografico ai singoli casi, e mai viceversa. Destinato senza retorica a divenire imprescindibile nel suo ambito, questo studio s’inserisce anche nel processo di ricostruzione della storia istituzionale dell’Italia preunitaria, di cui non a caso Meriggi è uno dei più attenti osservatori. Anche Parma fra 1814 e 1831 mostra infatti una nobiltà non all’altezza di compiti giurisdizionali compatibili all’esperienza postnapoleonica, ma le posizioni reciproche degli interpreti ne segnano il tratto caratteristico: il vanificarsi delle aspirazioni del filofrancese Magawly, dell’onesto Neipperg, dell’orgoglioso Toccoli, dei liberali Cornacchia e Mistrali, rivelano la fragilità di istituzioni incapaci di reggere l’urto di interessi ormai inconciliabili, di cui l’operato perverso di Joseph Werklein rappresenta quasi un fuoco simbolico. In questo il libro di Lucia Togninelli è quasi continuazione ideale delle osservazioni di Emilio Casa, in passato contraddette dagli storici ma ora confermate dai documenti: in disaccordo con le direttive di Metternich, Werklein segnò il punto più acuto nel processo di accentramento e svilimento delle istituzioni, contribuendo al dilagare della corruzione di cui si fece protagonista favorendo «parvenu» come Gaetano Testa nell’assegnazione degli appalti pubblici, in un meccanismo nel quale si farà risucchiare persino una figura apparentemente mite come Antonio Cocconcelli. I moti del 1831 spazzeranno Werklein, taceranno i liberali e riapriranno gli occhi a Maria Luigia. Calato il sipario, la commedia sarebbe stata solo rinviata, e questo libro ce ne mette sotto gli occhi i meccanismi, travi portanti, cerniere, contrappesi. 

GIUSEPPE MARTINI

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  • marco

    06 Aprile @ 16.04

    E l'Archivio di Stato è stato cacciato in un capannone di Via Spezia, senza risorse. A causa di quella "corruzione" che ha lontane radici, nella "piccola capitale".

    Rispondi

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