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Arte-Cultura

Il nido sognante dei versi

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Giuseppe Marchetti

Giovanni Pascoli morì a Bologna alle tre del pomeriggio del 6  aprile 1912, giovedì santo. Quando Mariù lo vide immobile, gridò: «Giovannino, Giovannino, Giovannino!», ma Giovannino non rispose. Era nato a San Mauro di Romagna nel 1855 da Ruggero, amministratore della tenuta dei principi Torlonia, e da Caterina Vincenzi Allocatelli. Nel 1862 entra nel collegio degli Scolopi a Urbino. Nel '67, quando ha dodici anni, il 10 d'agosto Ruggero Pascoli viene assassinato mentre torna a casa in calesse dalla stazione di Cesena. L'assassino non sarà mai trovato, ma si dice che Giovannino lo conoscesse e che ogni anno con perfida precisione gli inviasse un biglietto. Fra il '68 e il '71, muoiono la madre, la sorella Margherita e il fratello Luigi. Nel '76, muore anche l'altro fratello Giacomo. Queste notizie vanno tenute presenti sempre per capire il carattere di Giovannino e lo spirito della sua poesia, vale a dire della sua vita. Restano con lui Ida e Maria che erano vissute sino a quel momento a Sogliano ospiti prima del locale convento di suore agostiniane e poi della zia Rita David. Una vita difficile per i tre orfani, si capisce bene; ma ancora più difficile per il giovane poeta che, laureatosi nell'82 con una tesi su Alceo e trasferitosi poi a insegnare a Matera, e in seguito a Massa e a Livorno, vede tuttavia concretizzarsi il proprio sogno nel '91 con l'uscita di «Myricae» e l'anno seguente con il primo premio ai «Certamina hoeufftiana» di Amsterdam col poemetto latino «Velanius». E siamo così già dentro la sua poesia il suo mondo: un mondo che non cambierà più e che anzi metterà sempre più profonde radici almeno in tre diverse direzioni: il bambino che diventa poeta, il simbolismo che diventa naturale, la morte che diventa la misura di tutte le cose. In realtà, dunque, un sistema che è figura, comportamento, dramma, fonte di poesia e letteratura come raccontava Renato Serra in un suo memorabile ritratto: «... Ma si volta, vi guarda, vi parla. E quando udite frasi rotte, quando vedete su quella fronte tormentata, che mostra nei solchi fondi il travaglio e l'ansia dello spirito, quando vedete su quegli occhi grigi l'ombra del pensiero e del sogno trascorrere come l'ombra della nuvola del cielo, allora sentite che è lui, Pascoli, il poeta». Poeta dai molti dubbi, si potrebbe aggiungere: dubbi che s'infittiranno col passare del tempo dall'originario nucleo myriceo  all'epicità dei «Poemetti», al lirismo dei «Canti di Castelvecchio», alla vena classicistica dei «Poemi conviviali» e a quella civile di «Odi e Inni» sulla scorta del maestro Carducci. Il tutto poi lavorato sino allo spasimo nel «sermo humilis» di un lessico solo apparentemente umile, e invece plasmato con raffinata sicurezza espressiva, la sicurezza che spalanca le porte al Novecento di poesia, non v'è dubbio. E' stato Contini il primo a identificare la poetica di Pascoli nell'ispirazione a comporre in una lingua morta, o definita tale sbrigativamente, sicuro come è che il problema della morte delle parole può angosciare il poeta quanto quello della morte delle creature. E ciò valga per il latino. Ma anche per la lingua agrammaticale o pregrammaticale che è l'onomatopea, la presenza insopportabile degli uccelli ad esempio, come diceva Pintor citato da Agamben. Epperò qui s'innesta l'altra componente dell'universo pascoliano così ad un tempo realistico e allusivo, la componente limpidamente descritta da Garboli nel suo fondamentale «Per leggere Pascoli» dove è scritto: «La fucilata che uccise Ruggero Pascoli interruppe il normale corso di crescita di un bambino, e lo espropriò della vita. A Pascoli fu negata la virilità».
Ne è venuta una poesia (e dico poesia per dire una intera opera) sillabata, dalla sintassi continuamente violata, impervia quando appare semplice, cantante quando invece è misteriosa, legata ai ricordi, che evoca le musiche di Puccini e di Debussy, se si vuole, ma anche l'infinito mondo delle parvenze, come ci ha insegnato Perugi, o «l'avanguardia debole», secondo l'immagine coniata da Renato Barilli che aggiunge: «Il tema cosmico può essere iscritto nel capitolo generale dell'attraversamento, da parte del Pascoli, dell'ideologia positivista». Ma siamo sempre comunque, su «quest'atomo opaco del male», ed è perciò vero anche che egli s'immerge in uno «straziante prolungarsi delle condizioni di sensorialità», scrive ancora Barilli, che l'accomunano alle stelle, ai segni della natura, al radicarsi o sradicarsi delle piante, al grido amoroso o timoroso degli uccelli, alle ombre dei morti che bussano di sera alle finestre per scrutare i volti dei vivi seduti a cena. Una comunione panica espressa in una poesia «elementare» (Merola), dunque, che tutto è fuorché elementare perché, ha detto una volta per tutte Giacomo Debenedetti «il Pascoli ci costringe a parlare unicamente di stilistica e di poesia, ci costringe a un confronto diretto con le cose e i segni e i suoni, che fanno la poesia, senza dirottamenti o scappatoie psicologico-sentimentali, genericamente descrittive». Che sarà la direzione verso cui s'incammina il Novecento tutto, poiché mentre Pascoli muore, i Futuristi sconvolgono il mondo dei segni e delle parole con i versi in libertà, e quasi si rimpiange allora l'epopea virgiliana del nido e del silenzio raccolto nell'ascolto della natura, o il tormento dell'emigrante di «Italy» che dice addio al proprio paese e alla propria lingua qui onorata dal poeta come «il vero fuoco di Vesta».
 

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