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Arte-Cultura

L'ombra del Maestro

L'ombra del Maestro
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di Gian Paolo Minardi

Per chiunque si inoltri nel folto degli intrecci che la lunga vicenda verdiana è andata sviluppando, scorciatoia illuminante, nelle sue mille sfaccettature, attraverso decenni di una storia artistica e civile, uno degli incontri più accattivanti è senza dubbio quello con Emanuele Muzio, presenza che come un’ombra segue devotamente il maestro; termine questo che nella fattispecie dalla carismatica sublimazione imposta dalla maiuscola - il Maestro ! - trova ben più pragmatico riscontro. Muzio fu, infatti, l’unico allievo di Verdi il quale, si sa bene quanto fosse lontano dall’idea di coltivare allievi: in età avanzata darà indicazioni sulle linee che secondo lui i governanti avrebbero dovuto seguire per assicurare ai giovani una formazione che fosse coerente con la nostra tradizione, ma allievi mai: tranne che per Muzio, appunto, eccezione giustificata dalle circostanze che in certo qual modo gli facevano rivivere la propria storia, con i tanti ostacoli che accompagnarono gli avvii della sua avventura musicale. Ostacoli che si presentavano anche a Muzio, più giovane di otto anni, quasi conterraneo essendo nato a Zibello nel 1843: le disagiate condizioni familiari, le stesse difficoltà tipiche dell’ambiente bussetano, la fortunata presenza dello stesso benefattore, Antonio Barezzi. Fu infatti il Barezzi che si interessò affinché il promettente giovane si trasferisse a Milano raccomandandolo al genero perché ne curasse l’istruzione: «Molti studenti di musica pagherebbero anche due, tre talleri per lezione, se il signor Maestro Verdi volesse dargliele; ma egli non le dà a nessuno, all’infuori di un povero diavolo al quale ha arrecato mille vantaggi, e poi per compimento anche gli dà lezione, non già due o tre volte per settimana, ma tutte le mattine...Io sono sbalordito, e per di più, alcune volte che mi fa fare per esso lui qualche cosa, mi dà anche la colazione». Così Muzio esprimeva la propria gratitudine a Barezzi., al quale rimarrà legato da eterna devozione. Sembra davvero che l’impegno di Verdi verso il giovane ricalchi una situazione da lui vissuta pochi anni prima, con una determinazione che non conosce attenuanti: «Quando comincio la lezione mi dice: ''ricordati che sono inesorabile''» commenterà Muzio, fedele nel sostenere il duro tirocinio, «gli stessi studi ch’Egli fece sotto la direzione di Lavigna, migliorati però da lui», i «Partimenti» del Fenaroli, le sonate di Corelli, insomma «canoni e fughe, fughe e canoni in tutte le salse» per consolidare il dominio del contrappunto. Nella vita di alcuni grandi musicisti si sono inserite particolari figure di «famuli», spesso utili tuttofare, talora un po' impiccioni - come quell'Anton Schindler che orgoglioso dei servizi resi a Beethoven dopo la morte del grande si fece stampare un biglietto da visita con la scritta «ami de Beethoven». Ma il caso di Muzio nulla ha da spartire con simili situazioni, proprio per la qualità di un rapporto che corre lungo la ricca esperienza di Verdi nel segno di una discrezione e di un’affidabilità in cui si riflette la riconoscenza verso chi gli aveva aperto una vita ricca di esperienze. Di questa vita ci aveva offerto anni fa una ricca narrazione Gaspare Nello Vetro il quale aveva proseguito il lavoro paziente di Almerindo Napolitano. Ma un ritratto più articolato della personalità di Muzio è stato approfondito nel Convegno promosso dal Comune di Zibello nel 2009 di cui ora sono apparsi gli atti, per la Editrice Diastema, curati da Giuseppe Martini. Attraverso questa pubblicazione possiamo infatti avvicinarci alla personalità di Muzio con una più allargata consapevolezza, nel ripercorrere attraverso lo scritto di Vetro le tappe di una vita intensissima, osservata attraverso la variegata attività di direttore d’orchestra e maestro di canto, attività che lo porterà a girare mezzo mondo; così come grazie al contributo di Raffaella Nardella possiamo mettere a fuoco il rapporto con Verdi nella fase formativa. Più problematica la figura del compositore, capitolo del resto appartato, sul quale pesa il silenzio dello stesso Verdi, rispettoso e distaccato , salvo qualche significativo accenno sottovoce a qualche amico fidato, «illusioni che non si realizzeranno mai». Ad indagarne le ragioni è lo stesso Martini che nel suo ampio saggio inquadra queste ''illusioni'' entro la temperie di quegli anni centrali dell’ottocento in cui vedono la luce ben quattro opere, «Giovanna la pazza», «Claudia», «Le due regine», «La Sorrentina», toccate anche da un certo successo ma respinte in effetti dal repertorio. Attraverso la sua minuziosa analisi Martini nel cogliere l’abilità del mestiere rileva la sostanziale debolezza nella tensione drammaturgica, come se l’assiduo lavoro compiuto nella bottega verdiana non avesse stimolato quella particolare capacità intuitiva insita nel rapporto con la parola e quindi nelle virtualità teatrali; il che non toglie nulla alla qualità della scrittura strumentale, come attestano le Sinfonie delle opere. La realtà, sembra concludere Martini, è che l’impegno compositivo di Muzio, nutrito di una sapienza e di un gusto riconoscibili nella produzione cameristica, che proseguirà con una certa scioltezza una volta chiuso il capitolo teatrale, specie durante l’avventuroso periodo trascorso in America, sembra scontrarsi con quel radicale cambiamento di prospettive recato dall’irruzione verdiana sulla scena del nostro melodramma, una rivoluzione di fronte alla quale anche chi era stato educato in quella fucina - lui che in fatto di rivoluzioni aveva mostrato coraggio, partecipe delle Cinque giornate di Milano, con il conseguente esilio a Mendrisio- non ne rimase folgorato.   
Emanuele Muzio.  L'unico allievo di  Giuseppe Verdi (Atti del Convegno) 
Diastema editrice, pag. 132, 15,00

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