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Poesia ispirata e spiritosa

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Giuseppe Marchetti

In un memorabile saggio uscito sulla «Nuova Antologia»  nel gennaio del '97, Marco Forti analizzava unità e molteplicità del discorso poetico di Maria Luisa Spaziani  scrivendo della vitalità e dell'autonomia poetica dove  «la vediamo cogliere il proprio segno rivelatore ed esclusivo, al di là di una disponibilità in cui poche altre figure poetiche nel medesimo ambito di tempi e luoghi, possono averla  potuta eguagliare o superare». Giudizio che ora ci torna particolarmente preciso mentre scandiamo il lungo e proficuo  cammino di questa scrittrice nelle pagine (tante pagine, quasi  millenovecento!) del Meridiano Mondadori dedicato a «Tutte  le poesie»: un vero monumento, curato da Paolo Lagazzi per il  saggio introduttivo, da Giancarlo Pontiggia per la cronologia e  le note di commento, e ancora da Lagazzi e Andrea Della Pria  per l'apparato bibliografico. Una poesia che comincia a pullulare (mai verbo fu più preciso) a metà degli anni Cinquanta  con una timidezza quasi scontrosa, una specie di ritardato ermetismo dove anche «l'utilità della memoria» soccorre ma non  convince, ma che poi accetta con aperta dedizione «l'antica  speranza / di sciogliere ogni nodo della corda» e spinge l'attività scrittoria verso l'attività liberatoria, quella che si chiamerà poi «La traversata dell'oasi» - traversata mai compiuta  del tutto, mai finita e dimenticata, opera «sostanzialmente monotematica, diversa da tutte le altre», osserva giustamente Lagazzi, opera di cintura tra «L'occhio del ciclone» ('70) e il molto  più recente «I fasti dell'ortica» ('86), con in mezzo «La stella  del libero arbitrio» ('86) che rimane la raccolta più raccolta, un  «pullulio d'intuizioni», scrive Lagazzi. Ma Maria Luisa Spaziani intanto era anche «la Volpe»: non ci stancheremo mai di  leggere e rileggere l'oscar che ella ha dedicato alla lunga amicizia con Montale, lunga e fortunata amicizia, che tocca la  poesia, che a momenti le fa da specchio, la trasporta, la contempla e ne resta curiosamente contemplata, come una terra di  boschi e di mari si riflette in un cielo sereno. E del resto da  «Torri di vedetta» ('92) a «La luna è già alta» ('06) la poetessa  non manca di curvarsi «sull'opera della propria vita con la  civetteria e l'estro, la grazia e l'eleganza superiore dei maestri  che si osservano allo specchio giocando a ripercorrere e variare  ciò che hanno fatto per anni e anni per capirsi, o per spremere  il succo della loro sapienza fino alle ultime stille», scrive Lagazzi.
Ma ecco che il Meridiano oggi nella sua complessità e nella sua  chiarezza fa anche giustizia dell'idea che la poesia sia, o possa  diventare, una noiosa beatificazione del proprio autore: «Verrà  annullato ciò che si è vissuto, / ciò che era fuoco è diventato  cenere. / Io sopravvivo, sono sempre la stessa, / la più beffarda  messinscena». In fondo, là dove gli estremi si toccano, nascita e  morte per intenderci, Maria Luisa riprende il diletto Leopardi:  «Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche / perché dalla  nascita l'ho avuta vicina». Siccome poi «Si concentrano in rughe / tutti i versi che ho scritto», l'altra parte della vita («lo  sprofondamento della trama», lo definisce Pontiggia nei «Profili delle raccolte e note di commento» che sono un notevole  volume dentro il Meridiano) resta vero che questa poesia nel  suo complesso possa risultare anche «ispirata e spiritosa», come disse Calvino e ripete Lagazzi, però non soltanto nel senso  che si dà di solito a questi aggettivi, perché qui ispirata significa semmai «ribelle al miele avvelenato» dei sentimenti  più ovvii, e spiritosa allude forse ai versi del «Matto del villaggio» che dice: «Suggella la sua lettera il poeta / con la saliva  della sua ironia. / Non può mettere mano a cielo e terra, / ai  lettori difettano i codici». Traduttrice di Flaubert, di Ronsard,  di Gide, di Racine, di Frenaud, della Yourcenar, Maria Luisa ha  anche per così dire goduto delle amicizie loro, cioè del loro  modo di essere, di scrivere e di pensare, il suo «paese di vertigini» accompagnato da una sincera vocazione all'insegnamento spesa all'Università di Messina come titolare di Lingua e  Letteratura francese tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei  Novanta: da una parte la professione, dall'altra la poesia, e,  sullo sfondo, gli affetti cioè la grande ombra del marito Elémire  Zolla «una unione alla Dafni e Cloe», dice la scrittrice, e contemporaneamente l'ininterrotta misura della poesia, proprio lo  scrivere di giorno in giorno, alla scoperta delle radici che misteriosamente affondano sempre più nel terreno esistenziale  scavato dal «Mestiere del poeta» consapevole che «La vita è  breve e l'arte lunga, pure / può essere breve l'arte, e interminata / questa traccia di luce che si annoda / tra stella e stella  in cerca del suo porto», sino a giungere ad una «labirintica  pluralità», scrive Lagazzi. E conclude: «Percorrendola nelle  tappe principali abbiamo visto come in essa vibri, balenando a  intermittenza, una sorta di pathos platonico, la sete ardente di  un'Origine, di una radice unitaria dell'essere...»; la visione, possiamo aggiungere, di un'estrema vanità orgogliosa di essere e  di giudicarsi, e fissata per sempre in questi versi dedicati a  Montale: «Potrà mai dileguarsi il tuo passo / per chi eredita  quegli impervi segreti? / Il meglio della seppia è l'osso. / Il resto  è per i cuochi».

Maria Luisa Spaziani. Tutte le poesie
Mondadori, pag. 1864, euro 60,00

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