Arte-Cultura

Verdone, la dimora di una vita

Verdone, la dimora di una vita
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 Lisa Oppici

 

E'davvero quasi come un film «La casa sopra i portici», libro di ricordi che Carlo Verdone ha appena pubblicato da Bompiani a cura di Fabio Maiello. I ricordi di una vita, quelli racchiusi nell’appartamento di Lungotevere dei Vallati in cui il regista di «Borotalco» e di «Maledetto il giorno che t’ho incontrato» ha trascorso gran parte dei suoi anni: ripercorsi dall’autore in un volume d’affetti che costituisce un’autobiografia sui generis. Scena e testimone, appunto, la casa: con i suoi rumori e i suoi profumi («Era la casa dei rumori e degli odori. Ogni ambiente aveva un suono che la caratterizzava»), con le stanze e gli oggetti carichi di storie («Il nostro campanello di casa è stato sempre quello, sin dal 1930. Era una piccola testa di leone in ottone, con un buco nella bocca dove c’era il pulsante. [...] Da come veniva suonato ero in grado di capire il carattere di chi stava per entrare»), con il suo splendido terrazzo affacciato su Roma, con la sua atmosfera immancabilmente d’antan. Le interminabili telefonate della madre alle amiche, le feste di carnevale dell’infanzia, gli zii e gli amici di passaggio, il ticchettio della Olivetti 22 del padre, i pomeriggi sui terrazzi del condominio («La solitudine contemplativa sui terrazzi condominiali resta, ancora oggi, il ricordo più toccante dei miei vent’anni»), gli studi e gli esami, la passione per la musica, le fidanzate, gli scherzi da ragazzo, mamma e papà (presentissimi: è di fatto per loro, come deferente e amorevole tributo, che il libro sembra scritto), l’incontro con la moglie e molto altro ancora. 
Tanto cinema, naturalmente, com’è normale che sia per uno che in casa l’ha respirato da sempre: il cinema che Carlo impara ad amare grazie al padre e che non lascerà più, dalle rassegne frequentate da ragazzo (gran palestra sulla quale farsi ossa e gusto) ai lavori realizzati in prima persona più avanti. 
E a proposito di cinema, tanti nomi e volti illustri; quelli che gravitavano intorno alla casa sopra i portici, figure che l’autore tratteggia con delicatezza in bozzetti più che riusciti: dal Pasolini puntigliosissimo che compare solo in brevi accenni ai più compiuti «ritratti» di Fellini e Sordi, dei quali Verdone (che li considera modelli inarrivabili) sa cogliere con acume anche la «lontananza» dalla realtà negli ultimi anni (su Fellini, compagno di conversazioni telefoniche mattutine: «Lui che aveva meglio di ogni altro raccontato gli anni Cinquanta e Sessanta, in modo penetrante e poetico, non trovava alcuno stimolo in ciò che vedeva e viveva. [...] Non provava più alcuno stupore»). Ne esce un libro che pare davvero un film, un film alla Verdone. Il romanzo di una vita (della vita di una casa, della vita di una famiglia) nel quale ai momenti comici, alle risate immancabili, si affiancano anche passaggi introspettivi e considerazioni più intime, senza banalità. 
Con due leitmotiv che percorrono tutto il volume come un filo rosso: da un lato la delicatezza di tocco, che è poi quella del regista e che viene dalla sua finezza e dalla sua sensibilità d’osservatore e di narratore, e dall’altro la malinconia.
Una malinconia sorridente e leggera ma pur sempre tale, che è la lente della macchina con cui il regista passa attraverso le stanze della sua vecchia casa. E le filma. 

La casa sopra i portici - Bompiani,  pag. 282, 18 

 

 

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  • maura masia

    16 Aprile @ 12.29

    Scrivo qui perchè non ho trovato una possibilità simile relativamente al film "Posti in piedi in Paradiso", sul quale vorrei esprimere la mia opinione. Sig. Carlo Verdone, la chiamo così perché Sabato sera sono stata al cinema a vedere “Posti in piedi in Paradiso” e, per me, lei non è più Carlo Verdone = Troppo forte (non in assonanza al film, ma per l’essenza del suo messaggio artistico e sociale). So che una fan di meno per lei non cambia niente, ma scelgo di scriverle lo stesso perché voglio salvare la sua buona fede, nel senso che forse lei non si è accorto di quanto sia negativo il messaggio che ha dato con questo film e, offrendole una riflessione in più, lei possa vederlo da un punto di vista diverso dal suo e, magari, porre rimedio. Proviamo a ripercorre le figure femminili di questa storia: 1) la sua patner sembra la versione anoressica della moglie di Cary Grant in “Operazione sottoveste”, anzi, oltre che imbranata è anche un medico impreparato che comunica inopportunamente la propria insicurezza. E’ incapace di gestire il proprio ex marito, del quale il suo personaggio (guarda caso) rimane vittima. Inoltre, mette poco cibo a tavola facendo una festa, ha solo due amiche: una con l’alitosi, l’altra grassa (il peggior difetto imputabile ad una donna, vero? Mentre a lei un po’ di pancetta è permessa). 2) La sua ex moglie è una cantante mediocre e presuntuosa, che le rovina la carriera (lei sempre vittima), ed è incapace di fare una riflessione matura sulla propria esistenza anche a 35/37 anni, dichiarando davanti alla propria figlia che la sua gravidanza era stata un errore. 3) Sua figlia (essendo tale è l’unica donna con la quale è stato un po’ più indulgente) le crea (ancora vittima) il problema di un nipote imprevisto, tanto da costringerla a vendere il tanto amato e prezioso cinturone (ma lo sa che c’è chi si vende gli organi per campare?) 4) Il personaggio di Favino marito (vittima) di una moglie in preda ad una depressione post partum (ma chi è che l’aveva messa incinta?) non poteva certo fare a meno di metterle le corna dopo ben 5 mesi di astinenza forzata (eh!! Che pretese!), ma l’amante cattiva lo fa licenziare e lo rende ancora vittima di umiliazione, costringendolo a fare gli stessi articoli (roba da donne, pettegolezzi, non critiche letterarie che sono roba da uomini) di colleghe arpie e brutte. 5) L’amante di Favino è un’olgettina (delusa dall’assenza del fotografo) che non si fa scrupolo di mollarlo quando trova uno più importante, ma non è che lui avesse fatto tutte queste congetture romantiche quando le aveva presentato il regista famoso pur di portarsela a letto. 6) Le mogli e le amanti del terzo esemplare di galletto non si contano e, ovviamente, sono stupide per essere state con lui, per avergli creduto. Anzi, qui è brutta e volgare anche la figlia, col culo di fuori, preoccupata di spendere soldi per cose non necessarie, come rifarsi il naso e ladra, mentre il figlio maschio è laureato alla Luiss, con 110 e lode, e da bravo ragazzo è l’unico che non lo abbandona nel momento del bisogno e lo aiuta con i soldi. Pur essendo un parassita, anche il terzo inquilino è vittima: delle mogli, perché avide, e dell’amante, la quale, pur spargendo soldi in più e mettendo gioielli a portata di mano, ha un difetto incalcolabile, che lo “costringe” a prendere il viagra, è vecchia (in guepiere e autoreggenti mi sembrava, invece, che portasse molto bene i propri anni, mentre lei da dietro, con la sua alopecia, non fa un bell’effetto). Ora mi dirà: “ma chi sei tu per giudicare? Se ti sei sentita colpita vuol dire che sarai, vecchia, grassa, arpia, brutta, avida, superficiale, puttana, ecc.”. Io ho 49 anni, non sono magra ma neanche grassa, mi dicono che non sono brutta, ma non sono puttana. Sono in fase di separazione giudiziale da 7 anni, con un ex marito giocatore, che non paga gli alimenti, ha sperperato il mio già minimo patrimonio (e quello dei figli), ed ha rovinato la mia vita per sempre. Sopravvivo di stipendio e non dormo la notte perché non so come pagare il mutuo (se avessi un cinturone da 120.000,00 euro non esiterei un attimo a venderlo). Io sono la realtà, lei è solo una macchietta. Lei ha ottenuto le risate più scroscianti e numerosi “vaffanculo” di solidarietà in sala, quando, nella pellicola, le sue donne venivano “punite” in qualche modo. Sarà soddisfatto. Io no. Io ho pianto. Io vorrei vedere nei suoi film anche il punto di vista delle donne che sono vittima degli uomini molto più spesso di quanto non lo sia il contrario (un giorno si, e uno no, ne viene ammazzata una dal marito/amante/compagno/padre e, addirittura, figlio). Vorrei vedere il punto di vista di chi deve continuare a difendere la propria dignità, educare i figli alla fiducia nel futuro, dare loro un tetto sulla testa e da mangiare nel piatto e non ha nemmeno un cinturone da vendere. Alberto Sordi lo avrebbe fatto. Lui non aveva paura di mostrare il lato vile dell’essere umano, perché voleva indurlo a riflettere e a migliorarsi. Lei invece, con i suoi film, vuole solo essere approvato e compatito. Dagli uomini lo sarà sicuramente. Contento lei……….

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