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Guida a più mani su Santa Lucia

Guida a più mani su Santa Lucia
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 Vestita esternamente di elegante semplicità e coerente con il tessuto urbano del centro cittadino, la chiesa di Santa Lucia non dice immediatamente al passante tutta la ricchezza che custodisce. E’ ricchezza storica, iconografica, umana». Così il rettore della chiesa di Santa Lucia di Strada Cavour, don Mauro Pongolini, sintetizza telegraficamente il compito che poi svolgono con magistrale competenza alcune studiose nel grazioso volume dal semplice titolo «La chiesa di Santa Lucia a Parma» (pp. 127): il compito di "dire", cioè di spiegare, al passante ignaro, ma che abbia la lodevole intenzione di non rimanere ignaro, lo straordinario patrimonio racchiuso, come in uno scrigno, tra le mura di un tempio del quale  Cristina Lucchini sonda e svela con piacevole ricchezza di informazioni ben documentate il complesso suo evolversi dal tardo Medioevo alle sue più recenti acquisizioni con la vetrata del 1963 eseguita su disegno di Carlo Mattioli.

La storia delle sue origini è punteggiata di ipotesi più che di vere e proprie certezze, perché nel XIII secolo essa compare come "San Michele del Canale" e solo nel 1578 è dotata anche di un altare dedicato a S. Lucia. Nel 1674 viene acquistata dal cittadino Consorzio e dei Vivi e dei Morti e pare che il culto in essa fosse ripartito tra la Santa siracusana ed il vescovo armeno S. Biagio. Inizia a questo punto una radicale ristrutturazione dell’edificio ad opera di Mauro Oddi (1639-1702) e l’abbellimento pittorico eseguito da Alessandro Baratta (in precedenza i suoi affreschi erano attribuiti erroneamente a Filippo Maria Galletti); il tutto avviene in sintonia con la cultura della Controriforma e con un linguaggio tipicamente barocco, "evidente - sottolinea  Lucchini - negli affreschi parietali con le loro fastose scenografie" che vengono ancor più accentuate dai successivi interventi decorativi nel 1781 dell’arch. Antonio Brianti e nel 1885 del pittore Giuseppe Baisi.
L’invito ad entrare è ovviamente affidato alla facciata che si presenta scandita in "due corpi stilisticamente diversificati: ancora classicheggiante la parte inferiore, più ricco di elementi barocchi il piano alto", ed animata da due nicchie con le statue di S. Lucia e di S. Biagio, opere del 1691 di Giacomo Barbieri. Superficiali, per fortuna, i danni subiti dalla chiesa quando tra 1913 e 1930, per effetto di leggi definite "eversive" dal mondo cattolico, fu sottratta al Consorzio ed adibita a magazzino militare.  Marilena Cianci dipana il filo conduttore lungo il quale si è mosso il pittore Alessandro Baratta nel rivestire verso la fine del '600 le tre campate del soffitto della navata con un vero proprio compendio di teologia morale, effigiando le virtù cardinali.
 Lo sguardo quindi penetra all’interno della cupola dotata di lanterna e sostenuta dai pennacchi, e incontra quattro santi: Pietro, Paolo e Giovanni il Battista e l’Evangelista, che fanno quasi da sostegno, collocati come sono nei quattro pennacchi della cupola stessa, all’Assunzione di Maria, festeggiata dalla presenza di S. Biagio, S. Antonio da Padova, S. Carlo Borromeo, S. Filippo Neri, la Maddalena, S. Francesco d’Assisi, S. Lucia e S. Giuseppe. Oltre agli affreschi, la chiesa è dotata di almeno sei grandi tele alle quali dedica uno studio accurato  Francesca Mazzoli, individuando con precisione i soggetti, sintetizzandone le qualificanti vicende agiografiche ed indagando i possibile modelli ispiratori di Monja Zanlari,  introduce ad esplorare gli "invisibili" gioielli racchiusi in sagrestia e   ripercorre le tappe dei restauri che a volte hanno deturpato, ma alla fine, con quelli conclusi nel dicembre 2003, hanno recuperato in bellezza i circa 1200 metri quadrati di affreschi e tutti gli altri apparati ed hanno permesso anche di scendere nel sottosuolo ed individuare elementi strutturali della chiesa tardomedievale.  Costanza Marchesini infine dedica uno studio dettagliato ai due Santi di questa chiesa, Lucia e Biagio, per sceverare la storia dalle leggende, seguire la diffusione del loro culto e l’ambiguo peregrinare delle reliquie, e descrivere il folklore che hanno ispirato. Utile ed illuminante è il finale suo capitolo dedicato al Venerando Consorzio dei Vivi e dei Morti per evidenziare il qualificato ruolo che esso ha avuto nella vita della città e della Chiesa di Parma.
P. B.
 

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