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Alessandro rivisitato

Alessandro rivisitato
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 Alessandro Farnese, duca di Parma, governatore dei Paesi Bassi su mandato del re di Spagna Filippo II, suo zio, è morto nel dicembre del 1592, a 47 anni, poco prima che gli venisse notificata la sua destituzione dall’autorevole incarico. Il destino ha impedito che lui – uno dei più valorosi e abili generali del Cinquecento – venisse umiliato a causa di intrighi e maldicenze dirette ad offuscare la sua immagine.

Ma chi ha tramato contro di lui? E per quali motivi? Gli storici fino ad oggi non avevano detto molto sull’argomento che ora è stato sviscerato e approfondito da Giuseppe Bertini, noto studioso del periodo farnesiano, che ha pubblicato gli esiti delle sue ricerche in un saggio intitolato «Alessandro Farnese fra Italia, Spagna e Paesi Bassi» uscito nella rivista «Cherion» (Bulzoni Editore), dedicata agli «Uomini di governo italiani al servizio della Monarchia spagnola (secoli XVI – XVII)».
 Bertini ha ricostruito la vicenda storica dall’interno, partendo da un testo manoscritto redatto da Paolo Rinaldi sulle gesta del «Serenissimum Dominum Ducem Alexandrum Farnesium», mai pubblicato e custodito nella Biblioteca Reale di Bruxelles.
Paolo Rinaldi era il maggiordomo del duca, un incarico prestigioso che gli ha consentito di partecipare direttamente a tutti gli avvenimenti importanti, che Bertini ha ripercorso anche alla luce delle relazioni dei vari ambasciatori e degli interventi degli storici spagnoli. Questa visione prismatica ha fatto emergere un Alessandro Farnese sorprendente per l’abilità con cui ha saputo amministrare il territorio che gli era stato affidato, coinvolgendo le stesse popolazioni; convinto sostenitore del valore dei soldati e dei funzionari italiani; tuttavia non privo di debolezze soprattutto verso le famiglie del marito e del padre della giovane «belle Franceline», che lo consolava della vedovanza.
Per il gruppo dei nobili più elitari, quello dei castigliani, che stava vicino a Filippo II non era tollerabile che il governo dei Paesi Bassi non fosse detenuto da uno spagnolo così come non si poteva permettere che le truppe italiane venissero pagate come quelle spagnole o i soldati italiani imparassero a combattere più di quelli spagnoli perché in futuro si sarebbero potuti rivoltare contro.
Anche «la fiducia e il prestigio – sottolinea Bertini – che Alessandro Farnese aveva acquistato presso i fiamminghi erano visti con sospetto a Madrid: si temeva che volesse impadronirsi del paese con l’appoggio della popolazione». Alessandro, infatti, a Bruxelles negli ultimi anni alloggiava nell’appartamento del Palazzo reale che era stato di Carlo V e la sua corte nel gennaio del 1587 era più numerosa di quella del padre.
Egli aveva saputo conquistare la simpatia dei fiamminghi per «la sua valenza militare, la sua clemenza verso i popoli conquistati, la sua inclinazione a una certa tolleranza religiosa, la disciplina da lui mantenuta nell’esercito, la cura che, fra tante difficoltà, pur si prendeva degli interessi delle  famiglie a lui affidate». E in questo clima i nemici della Spagna – olandesi, francesi e inglesi - speravano veramente che Alessandro si ribellasse a Filippo II e diventasse sovrano delle Fiandre.
Altra malignità era quella che il duca si fosse arricchito a spese del tesoro spagnolo; semmai era vero il contrario in quanto Alessandro aveva speso di tasca propria più di un milione d’oro per finanziare le tre spedizioni marittime contro i turchi. Non solo, ma per sedici anni percepiva solo quanto gli assegnava Filippo II e si faceva mandare soldi da Parma, dal figlio Ranuccio. Chiedeva poi prestiti ai banchieri di Anversa, che puntualmente rimborsava.
L’ambasciatore veneto Francesco Soranzo aveva definito Alessandro «parziale agli italiani, odioso agli spagnoli, troppo amato da’ fiamminghi». E proprio per rintuzzare le calunnie spagnole il segretario Cosimo Masi, dopo la morte del governatore, aveva suggerito al nuovo duca Ranuccio di conservare i documenti che scagionavano Alessandro e testimoniavano come «non fosse mai venuto meno alla sua fedeltà a Filippo II». E la validità della sua strategia politica tenuta nelle Fiandre verrà confermata dalle vicende degli anni seguenti.
PIER PAOLO MENDOGNI
 

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