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Guareschi, ovvero il preveggente

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di Egidio Bandini

 

Quante volte abbiamo sentito dire, da autorevoli critici letterari, che il Guareschi del dopo carcere era un uomo deluso,  stanco, appannato. Giovannino avrebbe perso, dopo i 405 giorni in San Francesco per l’ormai frusta vicenda delle lettere di De Gasperi, buona parte se non tutto il proprio smalto e, come polemista e giornalista, sarebbe rientrato in un tipo di osservatore più che altro astioso, incapace di quell’acume che, invece, aveva caratterizzato il Guareschi degli anni 40/50, sino a quel 1955, quando uscì di galera in libertà vigilata. Ebbene, basta sfogliare l’ultimo volume della raccolta «Mondo Candido» (BUR 2009, pag 516 oltre appendice € 17,00) dedicato agli anni fra il 1958 e il 1960 – anno precedente la chiusura di «Candido» – per accorgersi che, in quelle pagine, si ritrova il Guareschi migliore, il Giovannino più combattivo e acuto, il giornalista profetico delle italiche sventure. Basta un esempio: nella puntata del 17 aprile 1960 della rubrica «Parlamento», ecco come Guareschi descrive la crisi di governo: «Col discorso programmatico tenuto dall’on.

Tambroni prima alla Camera e poi al Senato, il Parlamento riprende l’attività interrotta oltre un mese fa e può, finalmente, occuparsi d’una crisi governativa che – essendo di natura squisitamente extraparlamentare – ha avuto il suo naturale svolgimento nell’intimità del Quirinale e delle direzioni dei partiti.» Cinquantadue anni or sono e sembra ieri... Ma non è soltanto la politica, il tema che Guareschi tratta con una verve ed una capacità analitica di altissimo livello, anche la cronaca, il costume (soprattutto il malcostume) e i tanti guai degli italiani sono al centro degli scritti di Giovannino e sembrano venire dai giorni d’oggi. L’11 settembre del 1960, Guareschi scrive: «I giornali scrivono che è tornata a galla la preoccupante questione dell’olio d’oliva sofisticato: olii al solvente, saponi e paste grasse per uso industriale continuano ad essere importati in Italia e ad essere sottoposti al procedimento di esterificazione per la trasformazione in olio d’oliva. Notizie di questo genere mettono in allarme il già allarmato consumatore e nuocciono ai settori di produzione interessati, così come è successo recentemente ai pollicoltori italiani che, a causa del can-can suscitato dalla Svizzera col divieto d’importazione di polli «trattati» con estrogeni, denunciano un danno di cinque miliardi. Il consumatore si difende come può danneggiando chi non ha nessuna colpa: ma ciò avviene perché, praticamente, non c’è nessuno che lo difenda. Si creano commissioni speciali, si promuovono inchieste, si propongono drastici provvedimenti, si studiano leggi che rendano impossibile ogni frode. Poi, passata la buriana, tutto resta praticamente come prima e il consumatore apprende dai giornali che l’unica azione che l’autorità costituita compie contro le frodi alimentari è quella del pretore di X che condanna il bottegaio Tizio per aver venduto vino al minuto in recipienti non forniti dei regolamentari cartellini o quella del pretore Y che addita alla pubblica esecrazione il lattaio Sempronio reo d’aver venduto latte annacquato. Siamo su una strada pericolosa perché l’industria si è impadronita del settore alimentare e oggi trionfa la tendenza a fabbricare tutto: il vino, il pane, l’olio, i polli, i pesci, la selvaggina, il latte, il burro, la frutta.

Veleni sempre più potenti vengono creati dalla chimica per intossicare la terra, l’aria, l’acqua, gli alberi, gli animali. Se non si crea un efficace sistema di controllo e di difesa, finirà che gli italiani non mangeranno più per vivere ma per morire.» E questo sarebbe il Guareschi appannato, senza mordente? L’unico cambiamento che si nota negli scritti guareschiani del dopo carcere è una certa tendenza al cinismo, derivante dal fatto che, in quegli anni di repubblica, Giovannino si era accorto che nulla sarebbe cambiato, in Italia. Lo scrive nella rubrica «Il Bel Paese» del 10 maggio 1959: «Portata la barca nella lenta corrente del conformismo, gli italiani hanno mollato i remi e si lasciano trasportare godendosi il sole, l’azzurro del cielo e lo scintillio delle acque placide del mare. Si naviga come sul velluto, mentre la TV di bordo ci rallegra sgranando raffiche di sorrisi e di canzoni. L’italiano, come lo struzzo, ha nascosto la testa nella sabbia, ma il suo tondo ma poco rispettabile sedere è rimasto in superficie a contatto diretto della realtà. Quando una proditoria pedata turberà l’ottimismo di quel sedere, sarà troppo tardi. E converrà forse all’italiano di rimanere con la testa dentro la sabbia. Non sarà che la pedata è già arrivata e non ce ne siamo accorti?».   

 

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