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Il "cecchino" del Faraone

Il "cecchino" del Faraone
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di Francesco Mannoni

«Sono stato uno dei pochi che aveva previsto quello che sarebbe successo. Già nel 2007 in una intervista al New York Times avevo detto che l’Egitto stava andando verso un cambiamento: lo sentivo, anche se la mia era la sensazione di uno scrittore e non un’analisi politica. Coglievo i sentimenti della gente, e dalle facce truci o intristite, capivo che gli egiziani si sarebbero rivoltati perché c’era in loro un grande desiderio di cambiamento». Lo scrittore egiziano Ala Al – Aswani parla con fervore del suo libro «La rivoluzione egiziana»  (Feltrinelli) in cui ha raccolto tutti gli articoli pubblicati sulla stampa indipendente durante i giorni della rivolta egiziana. Animato dalla speranza e sconcertato dal numero delle vittime sacrificate a piazza Tahrir, questo fiero oppositore di Mubarak ha raccontato al mondo un Paese dissidente, stanco delle troppe ingiustizie subite. Con quest’opera, Ala Al – Aswani ha vinto l’ottava edizione del premio Tiziano Terzani, che gli sarà consegnato a Udine il 5 maggio nell’ambito della manifestazione letteraria Vicino/Lontano in programma dal 3 al 6. «In Egitto si poteva parlare ma non è che ci fosse vera libertà di parola. C’era una specie di compromesso fra popolo e potere: tu fai pure ciò che vuoi, ma anche il presidente fa quello che gli pare. E ciò era un vanto per la dittatura».
Perché un vanto?
«Quando è stato criticato duramente dall’Occidente per l’andamento delle ultime elezioni, Mubarak ha tirato fuori alcuni ritagli dei miei articoli e di altri scrittori e giornalisti egiziani dicendo: guardate che mi criticano, e anche in modo sfacciato. Che cosa volete di più? Ma la libertà di parola non era così tollerata. A un certo punto ho dovuto smettere di scrivere perché il regime ha fatto delle pressioni tremende sul mio editore e sui giornali che pubblicavano i miei articoli».

Quali particolarità contraddistinguono la rivoluzione egiziana dalle altre rivoluzioni arabe?
Credo che anche in quella egiziana ci siano, come in tutte le rivoluzioni, diversi momenti rivoluzionari. L’esplosione avviene quando le contraddizioni di un paese sono davvero troppe per essere sopportate e raggiunto il culmine, tutto precipita. La gente aspetta solo la scintilla, e poi l’incendio è una questione di attimi Credo che in Egitto ci siano state almeno tre di queste scintille incendiarie.

Ce le vuole descrivere?
La prima è stata nel 2008 quando una giovane blogger, attraverso Internet ha lanciato l’appello per uno sciopero. C’è stata una partecipazione inaspettata e sorprendente, è questo è stato un allarme significativo. Il secondo momento importante è stato l’uccisione di un ragazzo ad Alessandria d’Egitto. La reazione della popolazione fu immensa rispetto a quello che sarebbe potuto accadere anni prima. Il giovane ucciso senza alcuna ragione, divenne una sorta di simbolo, un modo di contestare con la faccia di un martire una situazione insostenibile. Il terzo momento culminante, quello che sicuramente ha portato alla rivoluzione, sono state le elezioni del 2010.

Che cosa è successo?
Si è trattato di elezioni totalmente e sfacciatamente truccate. Il messaggio che è arrivato agli egiziani fu: voi non contate niente. A quel punto abbiamo eletto un nostro parlamento parallelo a quello eletto in modo scorretto dal governo e Mubarak ha commentato semplicemente la cosa dicendo: lasciate che si divertano. In piazza Thair nel gennaio 2011 c’erano dei cartelloni in cui c’era scritto: « Mubarak, ci stiamo divertendo».

Quanto hanno aiutato internet e i blogger la causa della rivoluzione?
I blogger hanno svolto un ruolo molto importante nell’organizzazione del movimento, ma questa non è stata una rivoluzione dei blogger anche se l’Egitto ne conta circa due milioni, il numero più alto presente nel mondo arabo: la rivoluzione è stata fatta da venti milioni di egiziani. Colui che ha usato definire per primo la rivoluzione un movimento di blogger è stato Mubarak, nel tentativo di minimizzare quello che stava avvenendo. Durante la rivoluzione tutta la popolazione egiziana era in piazza: dalla classe borghese alla minoranza copta. Si è trattato di un’adesione totale.

Come ha fatto Mubarak a reggere per tanti anni?
La ragione per cui Mubarak è rimasto al potere per decine d’anni, è la stessa per cui Franco ha dominato la Spagna per quarant’anni e l’Unione Sovietica è stata schiacciata dal comunismo per settant’anni. I dittatori sono tutti uguali. Arrivare al potere e mantenerlo non è poi così difficile se un tiranno è disposto a torturare e uccidere.

Lei non ha criticato l’operato dei militari: perché?
Non sono felice di tutto quello che è successo dalla rivoluzione a oggi, ma ho dato credito all’esercito perché durante la rivoluzione non ha preso le parti della dittatura come è successo in Libia e in Siria. Non sono d’accordo neanche con qualcuna delle decisioni che sono state prese, ma questo succede perché l’esercito in sé non è rivoluzionario.

Come vede il futuro e le prossime elezioni presidenziali?
Diciamo che al momento sono ottimista.

La rivoluzione egiziana
    Feltrinelli, pag. 272, € 17,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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