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Dall'Etiopia con una gamba sola

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di Gustavo Marchesi

L'Africa non la conosco. Conosco soltanto Addis Abeba e Gibuti, il paradiso e l'inferno. Cronista ad Addis Abeba sono sceso in treno a Gibuti. Ho viaggiato dai duemila metri di primavera al livello del mare che cuoce a bagno maria. Mi avevano avvisato, ma fin che non sudi non credi. Attraversavo in treno la farina del deserto, la migliore in commercio, con la fame che mi sforbiciava lo stomaco. Invece di fame poteva essere sete. Sorini, un bolognese, fotografo, mi suggerì di precipitarmi dal treno non appena vedevo lungo la linea una bandiera verde a pois, che indicava il chiosco dei gelati. Ne facevano di buonissimi e se mi buttavo in fretta, in pochi minuti arrivavo sul posto e tornavo. Il capotreno mi avrebbe aspettato. Ma di bandiere pisello, per dirla tutta, neanche il miraggio. Sorini fantasticava in campo lungo e voleva anche farmi credere che a Parma potevo stampare il memoriale sull'Etiopia, di cui avevamo parlato. Ad Addis Abeba dopo la caduta dell'impero non si stampava più niente a causa delle etnie. Per chi scrivere, in quale lingua?
Ero scettico sulla possibilità di pubblicare in Italia, perché se il balanzone era convinto dell'editoria parmense come dei gelati, c'era da star freschi, da rabbrividire anche sotto quel sole. E continuava a menarla: “È la città di Bodoni, il più grande stampatore moderno”. Questo è vero, ammisi.

Una volta a Gibuti lo persi di vista, Sorini cioè non manifestò alcuna intenzione di rivedermi. Quanto a me, non sopportavo la temperatura e stavo mezzo fuori dalla finestra. Sul mare saltavano certe onde forti che davano spettacolo. Una di esse la mattina dopo mi arrivò quasi in camera e Nelly, che faceva surf, saltò sul letto. Era italiana e si teneva in allenamento in vari sport. Una sfrenata senza peli sulla lingua e assai appropriati dove li aveva. Entrai in confidenza anche di pensiero; le parlai del memoriale che conteneva situazioni straordinarie dalla parte italiana. Certi miei parenti emigrati in Etiopia prima della guerra avevano fatto fortuna con i trasporti, cammelli e camion. Durante la guerra furono spogliati di tutto, poi risarciti, poi ancora spogliati. Queste continue sottrazioni e restituzioni si complicarono per la difficoltà di intendersi con la lingua, se riprendere o restituire i mezzi di trasporto. Alla fine l'intera famiglia poté contare soltanto sulle proprie gambe, i soli veicoli rimasti in casa. Non sempre. L'ultimo zio, Tenno, è partito da pochi giorni per l’Italia senza una gamba. Gliel'hanno segata dopo una discussione. Lui non tiene rancore, chi l'ha mutilato è un locale, il padre della donna che Tenno ha barattato con una moto. Non è sua moglie, ma gli ha dato una figlia, che però non è andata con lui, ha preferito Adis Abeba, a esibirsi in un albergo di lusso. La discussione era scoppiata a proposito di questa figlia: il nonno la voleva da compagnia e aveva in serbo un magnifico regalo in oro massiccio. Ma Tenno rifiutò che si facesse dell’altro mercato fra parenti. Così ci ha rimesso la gamba e doveva immaginarselo.

Nelly mi ascoltava, diceva che forse non sarei stato un fenomeno di virilità, ma ero sensibile, umano e con me si sarebbe sentita realizzata. Fu lei a portarmi in Italia alla sveltina. Prendeva un aereo inviato da un negoziante di attrezzature ginniche. Una volta a Parma capii che l'ometto non difettava di mezzi e si circondava di ottime conoscenze. Mi dispiaceva lasciarla, Nelly, ma io possibilità non ne avevo, col giornale pigliavo a malapena per me. Il pensiero mi umiliava, non avrei mai detto di arrivare a tanto.
Nel frattempo ci ritrovammo a un tavolino in piazza, breve puntata di un racconto incompiuto. Avrei desiderato stare con lei altrove, come ci eravamo proposti. È scappata senza salutarmi. Si era accorta della protesi. Avevo trascurato di metterla al corrente che mi mancava una gamba. E si insospettì. 

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