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E' la stagione della raganella

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Lorenzo  Sartorio

Anticipava  di poco le amiche lucciole e, nel tempo delle erbe,  ossia nel periodo della fienagione, faceva la sua comparsa allietando le notti estive con il suo gracidio. «Nei campi si sente un breve gre-gre di ranelle», scriveva Giovanni Pascoli  nella  poesia «La mia sera», alludendo  alle raganelle,  caratteristico  anfibio, noto soprattutto per il suo canto e per arrampicarsi  sulle piante oltre che stazionare nell’acqua. Le raganelle, nonostante lotte impari che devono combattere contro inquinamento e diserbanti,  esistono ancora. Un tempo, quando l’acqua dei fossati era quasi potabile, quando l’aria e la terra contenevano meno veleni, le raganelle, unitamente alle lucciole, erano le romantiche compagne delle notti estive dei nostri nonni. «Le popolazioni di raganelle -  riporta  la rivista «Vita in Campagna» - per mantenersi stabili hanno bisogno della presenza di siti idonei alla riproduzione. Sono infatti diversi i fattori che possono rendere difficile questa delicata fase: cali improvvisi d’ acqua o cambiamento di qualità dell’acqua stessa dovuto a fonti inquinanti, temperatura  a lungo sfavorevole, forte concentrazione di predatori (soprattutto pesci).  Inoltre è diventato sempre più difficile lo scambio di individui tra i vari stagni o rivoli d’acqua a causa della presenza di strade, insediamenti  umani e aree agricole a monocoltura».

La raganella, da sempre considerata un portafortuna come la coccinella, è l’unico anfibio europeo che si arrampica sugli alberi. Sfruttando questa sua prerogativa essa si ciba di insetti  attirati dai frutti maturi. E’ una creatura  simpatica, deliziosa e, se sorpresa dall’uomo, raramente tenta di fuggire anche se potrebbe spiccare balzi poderosi grazie alle leve delle sue zampe. Il maschio di raganella si differenzia dalla femmina per il sacco vocale posto sotto al gola che si gonfia durante il canto e che durante il periodo degli amori si dilata  al punto di diventare più grande della testa. E’ infatti il maschio il canterino, mentre la femmina non canta. Evidentemente deve fare dell’ altro. L’habitat della raganella  è costituito da zone umide e cespugliose, al di fuori del periodo  riproduttivo può vivere anche lontano dall’acqua,  mentre,  durante la riproduzione, frequenta stagni, torbiere e  fossati. Nei campi la si può trovare su arbusti, alberelli, nelle siepi e sugli alberi da frutto. Un tempo era molto rispettata dai contadini in quanto la ritenevano una preziosa alleata. La raganella, infatti,  si nutre di insetti nocivi come mosche, zanzare, pappataci, afidi, coleotteri. Ma è anche ghiotta di lumachine e formiche  che incontra nei rami mentre si arrampica sulle piante.  La raganella, grazie alla sua attitudine ad arrampicarsi sugli alberi,  in questo modo,  si mette al riparo dai suoi predatori, abitualmente fa vita notturna  mentre d’inverno cade in letargo riparando sotto le radici degli alberi, grosse pietre o all’interno delle fessure del terreno.

Per anni le simpatiche raganelle hanno cadenzato il duro lavoro delle mondine nelle risaie lombardo-piemontesi,  ma hanno fatto anche compagnia alla gente dei campi quando il mondo era meno chiassoso e si potevano ascoltare con maggiore emozione  le melodie della natura composte dal Creatore. Un’antica usanza popolare voleva che le raganelle  prevedessero il tempo. Se  il rospo,  in mezzo alla strada,  era sicuramente presagio di un temporale,  le raganelle se, dopo essere state rinchiuse in una scatola o in un barattolo, gracidavano, ci sarebbe stata pioggia. Se invece tentavano di risalire le pareti del contenitore il tempo sarebbe stato bello. Le ragazze da marito se  notavano una raganella su un fiore di zucca,  di lì a poco si sarebbero sposate. Se invece la incrociavano appostata sopra una staccionata di legno sarebbero rimaste zitelle. Fino agli inizi degli anni sessanta le raganelle si potevano udire anche nella periferia della città. Chi, ad esempio, risiedeva nel quartiere Cittadella, non può non ricordare i concerti notturni di raganelle  nei fossati d’ acqua purissima che scorrevano ai  lati di strada Budellungo prima che il cemento  rubasse erba alla compagna.  A questo simpatico anfibio canterino fu associato anche uno strumento musicale popolare che porta il suo nome. Si tratta di un aggeggio in legno che, facendolo roteare, riproduce,  attraverso una ruota dentata,  un  suono  che ricorda  il gracidare della raganella. Dalle nostre parti, si chiama «sgrisla» e veniva utilizzato   il  giovedì, venerdì e sabato santo durante le funzioni religiose  quando le campane venivano «legate».

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