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Stragi e misteri: l'inizio

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di Alessandro Censi

La Sicilia terra di stragi, per lo più impunite. Portella della Ginestra è quella che molti storici hanno chiamato ''il battesimo di fuoco''  della prima Repubblica, la madre di tutti i massacri. Per L’Italia quell’eccidio segnò l’inizio della Guerra Fredda, e fu un momento di svolta della storia italiana». La scrittrice Maria Rosa Cutrufelli parla del suo settimo romanzo, «I bambini della ginestra» (Frassinelli, pag. 296, euro 18,50) e si commuove. Rievocare i fatti di quel lontano Primo Maggio del 1947, quando, a Portella della Ginestra nella Piana degli Albanesi, gli uomini del bandito Giuliano dalle alture intorno al Sasso Barbato aprirono il fuoco sui contadini che dimostravano pacificamente, è come scoperchiare un cupo vaso di Pandora in cui la storia ha ammucchiato tragiche verità. Il bilancio fu di undici morti compresi alcuni bambini e più di trenta feriti: un eccidio frutto di una cospirazione politica i cui risvolti, sessantacinque anni dopo, non sono stati ancora chiariti del tutto. «I motivi che mi hanno portato a scrivere questo libro sono due – mi dice la romanziera e saggista Maria Rosa Cutrufelli, originaria di Messina, ma residente a Roma - : uno di carattere generale e uno di carattere personale. La molla di carattere generale è la tragedia italiana che mi ha fatto sempre pensare con interesse a quanto è accaduto a Portella. La molla personale invece vuole si sappia che le vittime e i familiari delle vittime, quelli che sono sopravvissuti alle stragi, in qualche modo non hanno avuto voce, a volte anche nei processi e hanno dovuto elaborare il loro lutto da soli.
 Perché il bandito Giuliano tradì le sue origini e uccise i suoi pari?
Giuliano non era un bandito romantico ma un assassino manovrato dalla politica, dalla mafia e dai latifondisti. Come siciliana sento molto questo marchio dell’appartenenza a un paese, a un luogo, e aprire un libro o Internet e vedere Salvatore Giuliano celebrato come un eroe, mi demoralizza. A un certo punto non era più un ragazzo in fuga dall’assassinio commesso. Era invischiato con la politica ed era stato nominato colonnello dell’esercito separatista siciliano, aveva contatti con i servizi segreti americani ed era tutt’altro che un giovane ingenuo. La tragedia di Portella è molto oscura anche per questo. Fra l’altro, comunque sia, da semplice latitante o da latitante politico, Giuliano pretendeva di essere qualcuno, e per questo, nonostante avesse bisogno dell’omertà dei suoi compaesani, non ha esitato a rivoltarsi proprio contro di loro.
Come giustificò il suo intervento armato a Portella della Ginestra?
Lui ha sempre sostenuto nei suoi memoriali (non si sa se autentici o falsi) che voleva ammazzare i capi comunisti non i contadini. Ha sempre impresso questo marchio politico alla sua azione. Ma disse anche: «A qualcuno dei miei forse tremò la mano e ci fu la strage». Io penso invece che a Portella forse c’era anche qualcun altro a sparare.
Chi?
Si è parlato di un gruppo di fuoco dei servizi segreti americani, portato sul posto per sparare su dei poveracci; si è anche detto che questi uomini forse appartenevano alla Decima Mass, andati in America grazie ai servizi segreti: ci sono molti nodi ancora da sciogliere. Nel mio libro racconto quel giorno e il contesto storico in cui avvenne, ma quello che m’interessava era evidenziare la voce dei sopravvissuti. Come si può sparare sui bambini, come si sopravvive, quale forza bisogna trovare dentro di sé per riuscire a vivere e amare dopo un’esperienza simile? Come si può fidarsi degli altri e amare ancora, vedere di nuovo la vita attraverso gli occhi dell’amore dopo un trauma di questo genere?
I suoi protagonisti sono due bambini. Perché ha scelto gli occhi dell’innocenza per memorizzare l’orrore?
Perché quello che m’interessava era seguire un progetto di crescita. Le stragi coinvolgono tante vite adulte ma anche vite che devono ancora farsi. Quello contro i bambini è un delitto anche più grave, perché è difficile uscire da un trauma di questo genere. Un adulto in qualche modo riesce a discernere meglio il bene dal male, il possibile dall’impossibile, mentre per i bambini che ogni giorno scoprono il mondo, scoprirlo così violento è il massimo della bestialità. Il bambino Lillo, vede il padre cadere ucciso, la bambina Enza, vede in viso gli assassini, ma i genitori la costringono al silenzio perché hanno paura di vendette e ritorsioni.
Tacere per sopravvivere?
Nella realtà le persone che hanno visto, l’hanno detto, ma non hanno costituito prova. Gli stessi giudici nell’istruttoria scrissero che «quelli che avevano visto i mafiosi erano vittime di un’allucinazione collettiva». Anche la mia bambina immaginaria, che cosa poteva fare? Il fatto che la madre le dica stai zitta, non devi dire niente, è una normale reazione di paura anche se quello che risulta, è che non ci fu omertà il cui concetto allora era sconosciuto. L’omertà è la conseguenza del comportamento delle istituzioni che hanno creato sfiducia nella gente. Da lì nasce questa mala pianta.
Il finale, che non riveliamo, è tormentato ma pieno di speranza. La stessa della Sicilia sempre alla ricerca di un’identità meno violenta?
Abbiamo preso per buono quello che disse Sciascia in un momento di sconforto: «La Sicilia è irredimibile». Non è così. Portella è avvenuta perché in Sicilia aveva vinto il blocco del popolo. In Sicilia c’era un forte movimento contadino e Portella dimostra che la Sicilia non è irredimibile, ma da Portella in poi le cose nell’isola sono andate sempre peggiorando. In Sicilia non c’era solo Salvatore Giuliano il bandito manovrato. C’era anche Nicola Barbato, il medico socialista dei poveri di Piana degli Albanesi che a Portella della Ginestra il Primo Maggio si metteva su un masso e diceva ai contadini che tutti devono avere pane, pace, poesia. Il fatto che predicasse anche la poesia ai contadini analfabeti per me è un raggio di speranza meravigliosa. Non veneriamo più gli dèi del male anche se sembrano attraenti, perché sono eroi negativi.
I bambini della ginestra - Frassinelli, pag. 296, 16,50

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