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Magris, l'Europa rivive sulla penna

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 di Giuseppe Marchetti

 

Il critico letterario, pur affondato tra centinaia di pagine, oggi si sente solo e stanco, se non avvilito addirittura. Tuttavia lavora e produce, ma non è convinto di quanto produce e avverte che «il mestiere» non ripaga la fatica di esercitarlo, sia pure con la massima probità possibile. Ma poi, ecco che arriva il Meridiano Mondadori (primo volume) delle «Opere» di Claudio Magris, un volume di quasi millesettecento pagine, magistralmente introdotto e curato da Ernestina Pellegrini e Maria Fancelli, con la Bibliografia essenziale redatta da Luca Bani, e il critico tira su le sue quattr'ossa e s'immerge tra le pagine, i ricordi, le vicende e le persone che l'amico scrittore triestino evoca dall'ormai immensa sua opera di saggista, narratore, giornalista, opinionista politico e culturale, uomo d'azione, di teatro, di università, viaggiatore instancabile e «argonauta» - come l'hanno definito gli amici che nel 2009 gli hanno dedicato un volume di scritti e immagini concepito e stampato dall'editrice universitaria udinese Forum. Tanto vivacemente sollecitato, allora, il critico ripensa a quella lettera che Scipio Slataper scrisse a Giuseppe Prezzolini il 10 marzo del 1910: «Caro amico, oggi mi sfogo. Ridi della mia fanciullaggine, ma mi sfogo. Penso che la Senna è molto sporca e forse piove. Tu in questo momento sei molto triste. Senti Prezzolini: hai mai tuffata la fronte dentro le frasche di primavera? Così ti vorrei cingere di freschi pensieri, ancora un poco gommosi, e per un momento tu potessi respirare ossigenando tutte le cose che stan rattrappendosi in te e ti pesano come un sasso che debba portare in fondo al mare qualche cosa». E io la penso così: che tante di queste pagine t'invitano a tuffare la fronte dentro le frasche di primavera, anche se, purtroppo, la primavera e le primavere son passate, e spesso non rimane, per noi, che lo sconforto di questo rimorso, di non esser stati bravi a far fruttare i talenti ricevuti. Magris invece li ha fatti fruttare: lo si vede bene in questo volume tanto carico di storia, di pensieri, di giudizi e di emozioni umane, civili e poetiche. Lo si vede sino dagli inizi, cioè dalla struttura di un pensiero che immediatamente si fa memoria e intelligenza delle cose e dei luoghi. Lo si vede da «Danubio» in poi, allora Magris non aveva nemmeno cinquant'anni, e prima in «Itaca e oltre» dove ha cominciato a raccontare il viaggio inteso sia come ritorno, sia come fuga (ritorno a, o fuga da) sulla scorta dei suoi autori europei Roth, Svevo, Musil, Canetti, Mann, Kafka con quella consapevolezza che Slataper indica a Giuliano il Sofista: «E se hai divelto una pianta prima della fiorita, o sei hai stroncato un ramo e se passando con un solo urto delle tue gambe ha rotto una gemma, tu devi seminare in solchi che devi zappare a piene mani; anche il frumento che pensavi di macinare per il tuo pane». Torna dunque l'ansia benefica della primavera nelle molte pagine del Meridiano tanto ricco di quella prosa che stupisce per semplicità e originalità, «insieme agguerrita e inerme» - scriveva Pampaloni - e anche, a tratti, civettuola e maliziosa, per farsi capire. «Dietro le parole», insomma. E per ogni dove: dal mare «inesplicabile», da Gorizia, da Praga, da Berlino, dal Caffé San Marco, da Parigi, da Barcola, da Trieste, da un mondo infinito di approdi. Che sono approdi di amicizia, quella letteraria, o dei libri, o dei comuni ideali, che salda infine le conclusioni andando oltre le occasioni letterarie, le presentazioni, i convegni, i congressi e gli interessi quotidiani. E quindi torna la domanda di Slataper allo scettico Prezzolini: «Hai mai tuffata la fronte dentro le frasche di primavera?». Tale domanda è tanto più nostra adesso nel confronto che possiamo instaurare fra saggistica e narrativa in Magris, cioè il quanto di problematicità che trasuda dall'inquietudine de «Il Conde», di «Un altro mare», de «Le voci», opere brevi di frontiera che non temono la sconfitta degli anni affidandosi al valore della parola. Valore che tornerà  ancora più forte e deciso nelle opere successive  «Microcosmi» ('97), «Alla cieca» (05) e «Alfabeti»  ('08) che rivedremo nel secondo Meridiano: opere  decise e decisive in un altro senso, come «saggi di  letteratura» in un giardino o in un oceano dentro il  quale il coraggio delle età si confonde con il coraggio  dell'età, della conoscenza, del possesso del vivere.  Altro insegnamento, questo, insegnamento che certe  volte con Magris abbiamo discusso paragonandolo a  quello di Carlo Michelstaedter e della sua  «Persuasione»: il titolo d'onore, come si diceva una  volta, per indicare l'opus magnum, il libro di svolta, o  addirittura «la misura estrema», immagine di  Michelstaedter stesso.  In fondo, questo Meridiano che non appartiene  rigorosamente a nessun genere letterario in  particolare e che semmai ricorda (ci ricorda) l'epicità  sconfitta dei nostri progetti, tutte le delusioni,  l'incanto sfuggente della prova provata e della  preghiera naturale tra uomo e uomo, è solo la prima  parte ancora caotica di un'opera che avrà in «Alla  cieca» la prima sia pur provvisoria conclusione.  Dialogando con il cardinale Silvestrini sulle pagine  del Corriere della sera il 23 settembre 2005, Magris  diceva «che c'è per ogni cristiano la responsabilità di  ciò che accade a lui e ai suoi fratelli, cosicché è  chiamato ad adoperarsi continuamente perché  questa vita sia meno ingiusta». Questa è una visione  consolatoria e, in fondo, falsante. Stadelmann  nell'omonimo dramma dirà, invece: «Buona notte,  buonanotte a tutti. Ai gentiluomini e alle belle dame,  la notte che scende non fa distinzioni, su tutte le vette  c'è pace... pace e silenzio, come ci insegnano le pietre,  queste antiche maestre da cui dobbiamo tanto  imparare, e soprattutto imparare che non abbiamo  niente da dire come loro. Non ditelo a nessuno, solo ai saggi, perché la gente sa  solo riderci sopra...». 

E Stadelmann è un ex servitore  di Goethe! - Opere Vol. 1 (Mondadori,  pag. 1681,  65.00)

 

 

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