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Odoardo, il duca scomunicato

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Pier Paolo Mendogni
«Io mi son risoluto d’avanzare con tutte le mie forze i miei serenissimi bisavi et avi, il signor duca Ottavio nella sapienza, il signor duca Alessandro nella gloria, il signor duca mio padre nell’abbondanza et pace»: questo nobile proposito veniva pronunciato spesso – davanti al suo istruttore, il severo gesuita Vicedomini – dal piccolo Odoardo, figlio del duca di Parma Ranuccio I Farnese e destinato a succedergli in giovane età; quando Ranuccio è morto (1622), Odoardo aveva solo dieci anni in quanto era nato a Parma quattro secoli or sono, esattamente il 28 aprile 1612.
E questa ricorrenza ci porta a ricordare la figura del quinto duca dello stato di Parma e di Piacenza, uno dei meno conosciuti perché è morto a soli 34 anni e non ha lasciato segni particolarmente incisivi nella città, se si eccettua l’inaugurazione spettacolare del Teatro Farnese, fatto costruire però da suo padre.
I ritratti che si conservano nella Galleria Nazionale, al Museo Lombardi e alla Fondazione Magnani Rocca – probabilmente copie da un originale di Giusto Sustermans – lo mostrano già vistosamente affetto dalla pinguedine derivatagli dalla madre Margherita Aldobrandini e che caratterizzerà tutti i discendenti, portando all’estinzione della casata. Il suo volto è tondo di grasso col doppio mento, due baffi corti come il pizzetto mentre i capelli neri gli scendono sulle spalle; indossa un giustacuore con un largo colletto di pizzo e una camicia bianca dalle ampie maniche; nel quadro del Museo Lombardi (rettangolare mentre gli altri sono ovali) tiene la mano destra sull’elmo e con la sinistra l’elsa della spada per sottolineare il suo valore militare; lo sguardo esprime un’ambizione che lo porterà – con la sua presunzione e i suoi debiti dissennati – a lasciare il ducato in cattive acque.
Fin da bambino gli erano stati inculcati con rigore il senso del dovere e l’orgoglio della grandezza della casata. A 12 anni scriveva «orationcelle» in latino, si esercitava nella danza, nelle armi, a cavalcare e aveva già un appartamento proprio con corte privata. Due anni dopo assumeva il potere e si preparava al matrimonio con Margherita de’ Medici, ostacolato dalla zia di lei Maria de’ Medici regina di Francia che voleva maritarla col suo secondogenito Gastone. Ma Odoardo non cedeva e l’11 ottobre 1628 nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, riccamente addobbata, si celebravano le nozze dopodichè la duchessa si portava a Parma, dove erano stati predisposti per l’evento costosissimi apparati tra cui la costruzione dell’arco a San Lazzaro progettato da Giambattista Magnani.
Veniva finalmente inaugurato anche il grande teatro ducale (21 dicembre) con «Mercurio e Marte» scritto da Claudio Achillini e musicato da Claudio Monteverdi con macchine e effetti spettacolari, conclusosi con la naumachia. Purtroppo nel 1630 la peste decimava la popolazione e prostrava l’economia. Nasceva il primogenito Ranuccio che sarà seguito da Orazio e Alessandro (generali), Caterina (carmelitana scalza) e Pietro.
I debiti del ducato, già pesanti, aumentavano per l’allestimento di un esercito che andava ad aiutare i francesi nell’assedio di Valenza, risoltosi miseramente con molte truppe che disertavano. Odoardo aveva ripudiato la tradizionale politica filospagnola in quanto nutriva sentimenti antispagnoli per le umiliazioni subite dai suoi avi; così nel 1633 aveva restituito le insegne del Toson d’oro e la Spagna per ripicca gli aveva confiscato e venduto i feudi d’Abruzzo. L’astuto Richelieu nel frattempo gli aveva messo a fianco Jacopo Gaufrido, nominato presto segretario di Stato. Dopo Valenza (1635) le truppe spagnole invadevano il ducato e Odoardo andava a chiedere aiuto a Parigi, ricevendo solo promesse; a Parma era costretto a tornare di notte, di nascosto. Dopo estenuanti trattative riusciva a riavere il ducato (febbraio 1637) rinunciando all’alleanza con la Francia.
Per i copiosi debiti contratti aveva dato come ipoteca il feudo di Castro, che piaceva ai Barberini nipoti di Urbano VIII. Così nel 1639 il duca veniva invitato a Roma dal Papa che lo accoglieva affettuosamente e i Barberini gli proponevano di acquistare Castro per una forte somma ma Odoardo rifiutava e iniziava a compiere gesti sconvenienti verso i Barberini e lo stesso pontefice entrando senza annunciarsi nei suoi appartamenti per congedarsi (gennaio 1640). Urbano VIII revocava i privilegi concessi ai Farnese da Paolo III con pesanti ripercussioni economiche; nell’ottobre del ’41 le truppe pontificie conquistavano Castro e Odoardo veniva scomunicato. Il duca allora espelleva dallo stato i religiosi legati ai Barberini e nel settembre del ’42 partiva da Parma con un esercito di 3.500 cavalli e altrettanti fanti entrando nello Stato pontificio fino ad Acquapendente, ma gli mancava il coraggio di proseguire. Iniziavano lunghe trattative per comporre la vertenza, concluse con la pace di Venezia (1644) che stabiliva la restituzione al Farnese di Castro, lasciando insoluto il problema dei debiti. Alla morte di Urbano VIII gli succedeva Innocenzo X che confermava Odoardo gonfaloniere della Chiesa e concedeva la porpora al fratello Francesco Maria (dicembre 1645). L’anno seguente era funestato dalla morte della sorella Maria duchessa di Modena in giugno, della duchessa madre Margherita Aldobrandini in agosto e dello stesso Odoardo (12 settembre) per apoplessia: lasciava «lo stato devastato, immiserito e decisamente avviato alla decadenza».


 

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