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Nel buio della Storia

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di Camillo Bacchini

Sorprende Paola Soriga al suo esordio narrativo con «Dove finisce Roma» (Einaudi, pag. 140, euro 15,5), perché una donna nata alla fine degli anni Settanta  scrive un romanzo sulla Resistenza con una freschezza che oggi, tempo in cui la distanza storica da quegli eventi si è fatta più densa ed articolata, più distaccata e riflessiva, lascia perplessi. La protagonista, Ida, una ragazzina, che ha preso a collaborare con i partigiani, tradita da una spia, è seguita e sta per essere arrestata; si rifugia allora, come in un utero materno, nelle viscere dell’Urbe, in una galleria dove si rintanava da piccola, assieme alla compagna di giochi. Da quel momento la vita di sopra comincia ad entrare - a colare dalle pareti e dal soffitto - e ad essere recuperata tramite una serie martellante di flashback, orientati nel tempo e nello spazio. In quel buco piovono dall’alto, come le acque stillanti dalle pareti umide che Ida beve avidamente per non morire di sete, i ricordi, le impressioni e le paure di una giovanissima troppo presto buttata nel fango della vita. Piovono anche i personaggi, con il loro carico affettivo. Allora, mentre le pagine proseguono e ci si chiede se alla fine Ida uscirà o meno dal suo buio sotterraneo, ad uno sguardo più attento, le cose si chiariscono, e si fanno meno scontate: innanzitutto non è esattamente un romanzo sulla Resistenza, o, se lo è, non è incisivo. Non aggiunge nulla al racconto dei drammi dell’Italia intorno al Secondo Conflitto, nessuna storia importante o comunque nessun modo particolarmente originale di ritrarre quel momento critico del nostro passato. Ad esempio, certi personaggi muoiono o soffrono senza che il lettore abbia fatto in tempo ad affezionarsi ad essi, e dunque non si piange nemmeno troppo. Compare persino una Micol, amichetta di Ida, ricca, che la riceve spesso nella sua casa signorile, coi genitori e il tè, e le sue stanze avranno poi le finestre chiuse, perché le retate se la sono portata via, Micol; una ragazza dolcissima, bionda, che vive in un’atmosfera struggente, dove tutto è precario, tanto che basterebbe aggiunger un campo da tennis, un solo campo da tennis! per ritrovare la Micol Finzi Contini di Bassani che tutti abbiamo amato. Più che citazione. Ecco perché il ritratto dell’Italia di allora è uno spaccato corretto, senza sbavature, ma sembra recuperato dalla letteratura più che dalla testimonianza, anche se dietro alla stesura si intuisce anche un puntuale lavoro di ricerca. Tutto questo, però, ha un senso, perché la qualità indiscussa di questo romanzo risiede nella sua attualità: si tratta di un romanzo psicologico, il dramma di una ragazzina a cavallo tra i primi ricordi e le aspettative di un futuro incerto, pieno di ma e di se, di paure e di angosce. Un ragazzina che fa pensare all’Italia che rinasce dopo l’incubo della guerra e che oggi si volta indietro dicendo: “è da lì che proveniamo, ed ecco cosa siamo diventati” (nel bene e nel male). Ma, al di là di queste simbologie social-collettive, è un «regressum ad uterum», quella discesa agli inferi di Ida, che ricorda da vicino, e dunque in chiave del tutto contemporanea, la fuga del protagonista del recentissimo «Io e te» di Ammanniti, un coetaneo di Ida che si rifugia in cantina all’insaputa di tutti, una cantina affollata di pensieri, ricordi, incertezze; entrambi, Ida e il ragazzo di Ammanniti, ricevono visite, che saranno la chiave della svolta per la trama. Il personaggio della Soriga è quindi una ragazzina di ieri, di oggi, di sempre, alle prese con il magma del suo animo sotto stress: la vita, da cui si è assentata per un momento, da un lato la chiama, dall’altro la spaventa. E questa assenza, questa pausa, diventa un modo per stare con se stessi, a metà tra il coatto e l’intenzionale. In una prospettiva, tra l’altro, tutta femminile, che è poi quella dominante nel romanzo. La fuga si tramuta dunque in un’occasione di riflessione su di sè, sugli eventi che urgono e che saranno determinanti per il futuro, non solo di Ida. Uno stress, quello della protagonista, che si traduce in scrittura costruita con consapevolezza letteraria, a dispetto della sua veloce spontaneità; un periodo che da un lato fa l’occhiolino a certa letteratura che conosciamo bene - con il ricorrere spesso al discorso indiretto libero in modi del tutto già letti (in primis Verga e la sua stirpe) - ma che, dall’altro, giunge però a torcersi e a far confluire il discorso indiretto libero stesso, spremuto al limite delle sue possibilità, tra espressioni dialettali sarde (Paola e Ida vengono dalla Sardegna, isola che amano visceralmente) e anacoluti continui, nello «stream of consciousness» in modi davvero efficaci. Una voce coraggiosa, come il suo personaggio.

Dove finisce Roma 
   Einaudi, pag. 140,  € 15,50

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