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Arte-Cultura

Apro gli occhi a ognuna di loro

4

di Maria Denis Guidotti

Apro gli occhi, la luce mi abbaglia, a fatica cerco di focalizzare quello che ho attorno. Vedo tutto bianco, qualche schizzo azzurro chiaro, ma ogni cosa ha un che di artificiale. Non mi scoraggio, anche se non riesco a capacitarmi del come e del dove mi trovo. Lontano, molto lontano sento l’eco di singhiozzi ininterrotti, voci sommesse e qualcosa che sembra musica. Vorrei parlare ma non so come, la mia voce non riesce ad uscire, nessuno la sente, neppure io, anche se mi sembra di urlare. Provo allora a gesticolare ma neppure questa operazione, tanto semplice quanto elementare, giunge a buon fine. Scende muta e calda una lacrima dal mio occhio destro, non la posso frenare e neppure asciugare, mi sembra un fiume in piena ma, forse, sono soltanto le mie emozioni che non trovano in me il giusto argine per i pensieri. Cerco di rilassarmi cullata da quelle note che mi sembrano tanto familiari ma che purtroppo non riconosco, eppure le ho già sentite, so che mi piacciono, mi danno energia e hanno il potere di infondermi calma, però non riesco ad associarle a nulla. Mentre sprofondo nell’assenza di me stessa, qualcosa, che non saprei definire, mi porta ad essere spettatrice involontaria di un film, il mio. Sabato sera, sono puntuale, come da abitudine, sto aspettando le mie amiche per andare a festeggiare il compleanno di Sara. Una pizza nel nostro posto preferito, birra alla spina e tante risate. La serata promette proprio bene, tutte allegre ed in sintonia, come sempre, una per tutte, tutte per una. Partiamo per giungere al locale dove Sara aveva organizzato la festa, cinque donne in macchina, un vero delirio, abbiamo tutte quante le lacrime agli occhi per il troppo ridere.
Siamo libere di poterci raccontare con ironia le nostre disavventure quotidiane, perché la nostra collaudata amicizia porta ad ironizzare su quello che consideriamo un piccolo e petulante dramma. Faccio scendere le «mie donne» all’ingresso e vado a cercare il parcheggio. Sento urlare, poi un botto pazzesco, il nulla. Ora, mentre vedo le mie amiche stringersi e domandarsi perché, io conosco le risposte. Non so bene come ma sono certa di poter comunicare con loro, sono convinta di dover dar loro la spiegazione che cercano. Mi rimane poco tempo, devo fare in fretta, anche se non riesco proprio a parlare e neppure tra i meandri della mia fantasia , riesco a trovare una valida idea da perorare. A turno le vedo sfilare accanto al mio letto, mi prendono la mano, mi parlano, hanno tutte gli occhi lucidi e la voce spezzata mentre cercano, invano, di essere ironiche. Apro gli occhi ad ognuna di loro, come per esprimere il mio consenso alle stupidate che faticosamente stanno proferendo, vorrei dimostrare loro la mia gratitudine, l’apprezzamento per averle lì accanto a me ma proprio non riesco in alcun modo a conferire. Mentre il mio cuore inizia pian pianino ad abbandonarsi, risento quella musica: è dolce, mi fa accelerare il battito cardiaco, non riesco a focalizzarne la fonte, eppure deve essere lì, accanto a me, ma dove? Il mio corpo immobile vorrebbe consentirmi gli usuali movimenti di spostamento, ma qua nulla succede. Silenzio. Risuona quella musica, sento stringermi di nuovo la mano, gocce d’acqua tiepida cadono dall’alto colpendomi in maniera non mirata, riapro a fatica gli occhi e finalmente scorgo la sorgente di tutto quanto…
La mia piccola, che ora proprio piccola non mi sembra, la mia piccola donna, mia figlia Laura. Non ho idea da quanto tempo sia lì, non ne ho coscienza, ma credo da parecchio, perché il suo viso smunto è quasi in tinta con ciò che mi circonda. Ora ricordo quella musica, la nostra canzone, quella che ci accompagnava ogni mattina nel nostro tragitto da casa a scuola, la stessa che insieme mimavamo e cantavamo allegramente. Che calore al cuore, ripenso con immensa gioia alla nostra gestualità di rito…
E ora? Sono impotente, mi sento ferita per non poterle dire quanto mi faccia piacere averla lì accanto a me, quanto adori il suo bel viso e i suoi occhioni profondi ma, soprattutto, la sua tenacia nel continuare a farmi rivivere, con quella musica, i nostri momenti intimamente allegri e impudenti. Non voglio lasciarla così, mentre dolcemente mi asciuga le lacrime che escono dal mio occhio, sento…
La sua stretta alla mano più forte, la guardo, alzo di poco la testa dal cuscino, le sorrido, questo è il mio ultimo quanto infinito gesto d’amore per lei.

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  • Barbara

    17 Maggio @ 15.56

    Anche nei momenti più difficili della vita come la malattia non bisogna mai mollare e continuare a dare amore alle persone più care.

    Rispondi

  • gio

    14 Maggio @ 21.35

    il racconto mi è piaciuto-quanto è stato descritto e come è stato descritto mi ha permesso di immedesimarmi nella situazione, di fare mie le sensazioni provate dalla protagonista...bello, dolce e amorevole il congedo dalla figlia. Complimenti.

    Rispondi

  • Lalli

    14 Maggio @ 17.43

    Un racconto che mi ha fatto commuovere molto piú del finale di Titanic! e questo é tutto dire... mi ha entusiasmato parola per parola. veramente bello. io mi ci sono immedesimata per un'esperienza personale e devo dire realistico nei minimi dettagli. virrei fare una richiesta alla Guidotti: Puó mettere la sua foto sulla gazzetta? Cisí nel caso la incontrassi in giro per Parma le potrei chiedere un autografo. grazie ancora per l'ennesimo racconto scacciapensieri.

    Rispondi

  • Leonardo

    14 Maggio @ 15.16

    Racconto decisamente toccante, trattante di temi e complessi, sia etici che morali, che affliggono molti di noi tutti i giorni. Mi ricorda moto il caso Welby di qualche anno fa e mi fa riflettere molto sull'aspetto etico e affettivo di tutti i giorni, che spesso viene lasciato in disparte oppure gestualità date per scontate nel quotidiano, presi con ansia dalla foga e dalla frenesia del lavoro. Complimenti, ottimo spunto di riflessione.

    Rispondi

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