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E i nobili persero la testa

E i nobili persero la testa
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Giuseppe Martini
Le teste che ad una ad una cominciarono a pendere dal palco di fronte al Palazzo dell’Uditore Criminale, all’angolo fra la Piazza e l’attuale Strada della Repubblica, fecero capire ai cittadini che da quel 19 maggio 1612 Parma avrebbe avuto un sovrano forte e pronto a tutto. Da poco meno di un anno si sapeva che certi pezzi grossi della nobiltà feudale parmense erano finiti in camera di tortura con fondati sospetti di congiura al principe: congiura tanto più odiosa perché, si diceva, progettata per spegnere nel sangue la famiglia ducale durante il battesimo dell’erede al trono, Alessandro. Da lì a farli cadere nella rete dell’intelligence di corte bastò poco: ingenui e avvezzi al piaceri, quando alcuni non alle perversioni,  alcuni di loro si erano segnalati per tentati uxoricidi e ardite frequentazioni sessuali; non avrebbero tollerato a lungo le camere di tortura.
Onofrio Martani fu il primo a cedere, Teodoro Scotti l’unico a tenere la bocca cucita fino a lasciare la penne sotto le macchine dell’inquisizione ranucciana; gli altri, da Alfonso al lubrico Gianfrancesco Sanvitale e suo padre Girolamo, poi Pio Torelli, Giambattista Masi, Girolamo da Correggio, la Sanseverino e il marito Orazio Simonetta di Torricella, bene o male qualcosa dissero, anche se quel qualcosa è registrato nei documenti rimasti sotto forma di confessioni interlocutorie e segni ambigui, ma sufficienti per spingere Bartolomeo Riva, cinico consigliere del duca, il vescovo Papirio Picedi e il giudice Filiberto Piosasco a una sentenza esemplare (e capitale) per tutti, pronunciata il 4 maggio, dalla quale il duca Ranuccio Farnese, con studiata ostentazione di magnanimità, espunse l’infamia del trascinamento degli imputati per la pubblica via, legati a code di cavalli.
Che ancora a distanza di quattro secoli si almanacchi sulla consistenza di quella celebre congiura, frugando nelle pieghe dei documenti alla ricerca di rocamboleschi risvolti, dimostra quanto le figure dei suoi protagonisti incarnino archetipi del confronto sociale tuttora più che mai produttivi. Del resto, sùbito sospettato di averla inventata per mettere le mani sui ricchi feudi dei Sanvitale (Colorno e Fontanellato), Ranuccio scontò nel tempo la fama di principotto sanguinario, e per gli storici ottocenteschi i congiurati divennero facilmente ipostasi del riscatto risorgimentale. Non si tratta perciò qui di discutere se fu o meno congiura: non avendo senso porre una questione morale per un principe d’inizio XVII secolo, il fatto interessa di più per le sue conseguenze.
Ora, che Ranuccio fosse un centralizzatore è fuor di dubbio. E che ambisse a quei feudi, evidente. Ma anche impensabile altro comportamento, stretto tra forze che ne limitavano il potere (oltre alle rivendicazioni dei feudatari, le prerogative del Comune) e quindi le proprie ambizioni se non la sopravvivenza stessa della sede ducale. Quasi prendendo alla lettera Machiavelli, sapeva che il consenso si guadagna con il diritto e con la forza: alla prima servirono le Constitutiones del 1594 e il ricorso ai giudici padovani per contestare alla Sanseverino l’ereditarietà di Colorno per via femminile (peraltro concessale dal padre di Ranuccio, Ottavio, uno a cui la Sanseverino piaceva molto); alla seconda, piccoli dispetti personali quali arrogarsi diritto di caccia nei feudi altrui, da spiegarsi anche con il fastidio per le amicizie della Sanseverino: il duca di Mantova – come tutti i sovrani vicini, pronto ad approfittare di un scivolone farnesiano per giocare la propria mossa antispagnola – o il conte Pedro Enríquez d’Azevedo, odiosissimo capitano generale di Milano che a Ranuccio pochi anni prima aveva imposto di vendergli il possedimento farnesiano di Novara.
 Dal canto loro i congiurati avevano sott'occhio molti esempi di quel "diritto alla resistenza" dei ceti allora al centro del dibattito intellettuale, il più fresco l’assassinio di Enrico IV di Francia. In un ducato che rischiava di scivolargli fra le dita a ogni istante, con la scoperta della congiura, per caso o per induzione che sia stato, Ranuccio fu rapido a cogliere l’occasione per mostrare quali erano i nemici del ducato, coalizzando intorno a sé gran parte della società civile.Per un Farnese tutto questo non era scontato né semplice. Pierluigi si era comportato da tirannuccio magnogreco, Ottavio aveva ripreso il ducato per i capelli e Alessandro aveva lasciato spesso il trono vuoto perché aveva di meglio da fare.
 Certo, il prestigio che Alessandro aveva conferito alla sede di Parma fu enorme, ma mancava la presenza della persona. Ranuccio comprese che per definire il proprio ruolo era necessario riportare su quel trono l’incombenza fisica del sovrano, anche a costo di rendere pubbliche le proprie debolezze: la fatica a concepire un erede, la fama di uomo lascivo, la devozione religiosa ostentata, e quindi anche una congiura per sopprimere non tanto un potere, ma il corpo del principe. Una congiura che quindi diveniva più importante per ciò che rivelava che per ciò che avrebbe potuto implicare: e la storiografia, perpetrando l’immagine del duca sanguinario, ha dimostrato involontariamente l’efficacia strategica della «Gran Giustizia», cioè spostare l’immaginario dalla funzione alla persona, dal trono al sovrano. In questo Ranuccio fu rapido a captare il momento; in modi rozzi e scomposti sì, ma ancora una volta machiavelliano, rimanendo cioè dentro i confini del diritto.Forse l’unica a sopravvivere a distanza nel confronto ideale con Ranuccio è stata proprio Barbara Sanseverino, il cervello della congiura, fulgida ancora di carisma, fascino e argomenti. E dura anche a morire: pare che il boia le colpisse maldestramente non il collo ma la spalla, costringendosi a finire di staccarle per bene la testa con una mannaia.

 

 


 

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