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Il racconto della domenica - Il mostro di Tordenaso

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 Cesare Pastarini

Dedicato alla piccola  Anna e ai suoi genitori
In un antico casolare nell’Appennino parmense viveva un bambino.
La mattina si svegliava presto perché, prima di andare a scuola, gli piaceva fare due passi assieme al suo falco. Per meglio dire: il bambino faceva due passi e il falco un pacifico volo ad ali spiegate sui cieli di Tordenaso. Erano le due sentinelle del paese. Diventate famose e amate da tutti per una misteriosa vicenda che era accaduta in paese qualche tempo prima.
In pieno inverno, quando il sole andava a riposare dietro l’orizzonte e gli interni delle case si illuminavano come in un presepe, era capitato un fatto strano. Soprattutto perché un passaparola tra gli abitanti aveva creato il panico. 
Sta di fatto che proprio davanti alla chiesa di Tordenaso fu trovato un curioso batuffolo di peli bianchi e neri. I due gatti del prete avevano iniziato a giocarci come fosse un gomitolo, ma la perpetua della parrocchia, che a volte preferiva le pulizie alla devozione, battendo e roteando la scopa spedì lontano “quei maledetti gattacci!” e raccolse i peli bianchi e neri con l’intenzione di buttarli in pattumiera. Si accorse però del loro odore di selvatico e non riusciva a spiegarsi la provenienza. Si ricordò, allora, di quel professore del paese che sapeva di tutto, un vero e proprio luminare della scienza e della filosofia, e per questo pensò di portarglieli, per tentare di dare risposta a un dubbio che altrimenti non l’avrebbe fatta dormir di notte.
«Entri pure, signora Ave – la accolse con tono da baritono il professor Anicacci –. Don Giustino mi ha sempre detto che lei è una brava donna. In particolare molto attenta all’igiene… In cosa posso esserle utile? Eh, sì…ha fatto bene a venire da me; perché è vero: io non sbaglio mai!».
Non c’è che dire: era proprio la persona giusta, pensò la perpetua.
Il professore si pettinò i suoi grandi baffi con uno spazzolino da denti e iniziò ad analizzare quello strano batuffolo. Prese la lente di ingrandimento e vi si avvicinò chiudendo un occhio, poi sfilò qualche pelo con la pinzetta e annusò delicatamente. 
Quasi fosse un'operazione chirurgica. E nel silenzio più rigoroso. Sembrava più un orafo che un professor Sotutto.
Poi, finalmente, la sentenza: «Glielo dico sottovoce – le disse il professore - si segga perché non vorrei spaventarla: si tratta di peli di dinosauro carnivoro. Pe-ri-co-lo-sis-si-mo».
A questo pronunciamento la signora Ave si sentì come mancare. Il colorito della pelle divenne pallido come carta velina, le sue mani tanto sudate che avrebbero sciolto una palla di neve in due secondi. Bianca più del solito e con un brivido nella schiena, si alzò dalla sedia, ringraziò velocemente il professore, riprese di corsa il suo batuffolo di peli, lo mise nella borsetta e fuggì dalla sua migliora amica. Quella a cui potevi dire ogni segreto che non lo avrebbe mai spifferato.
«Diomira, non sai cosa mi è capitato...» e le spiegò tutta la storia non prima di aver bevuto un sorso d’acqua.
La Diomira era proprio una persona seria. Infatti… Il giorno dopo, che era domenica, al termine della messa tutti parlavano di un mostro gigantesco con denti aguzzi che vagava per i boschi di Tordenaso. Qualcuno aggiunse perfino che il cibo preferito dei dinosauri erano soprattutto i bambini e gli anziani, perché avevano la carne più tenera.
 
Così da quell’istante in paese tutti persero la testa. Furono organizzate battute di caccia, sguinzagliati i cani da lepre e perfino quelli da tartufo. Furono svegliati anche i can che dormono. Tutto andava bene pur di stanare quella «pe-ri-co-lo-sis-si-ma» bestia, come l’aveva definita il baffuto professor Anicacci.
La fortuna volle che in paese abitasse quel bambino di nove anni amico del falco. O quel falco amico del bambino. Dalla finestra in cima alla loro casa di sassi aveva visto un gran via vai che non presagiva nulla di buono. Soprattutto aveva notato che molti non sapevano nemmeno da che parte andare. Sembrava che le persone corressero di qua e di là senza una meta. 
C’e- ra chi pedalava veloce, chi trottava come un bersagliere, chi faceva le capriole, chi si arrampicava sulle piante e chi preferiva nascondersi nelle cantinein compagnia di un fiasco di Lambrusco.
«Capisco che da queste parti si fa il vino buono, ma qui sembrano tutti ubriachi. Cosa sarà successo?» si chiese il bambino. Il suo fidato falco, che viveva appollaiato su un trespolo vicino al camino, lo guardava perplesso.
Pensa e ripensa, all’improvviso il bambino prese il coraggio a quattro mani e disse: «Andiamo!».
Il suo falco era un rapace molto intelligente e capì subito che quell’andiamo era rivolto proprio a lui. Svolazzò sulla sua spalla e insieme scesero le scale.
 
Fuori dalla porta sembrava il finimondo, perfino l’aria era frizzante.
Per capire il da farsi tentò di fermare prima un tipo smilzo e tanto dinoccolato che sembrava un cammello, poi un signore calvo col sedere da ippopotamo. Ma nessuno si fermava, tutti dovevano correre di qua e di là per nonsodove.
Di lontano vide arrivare un gruppo di bambini, anche loro di corsa. Si tenevano la mano, ma la bambina ultima della fila si fermò davanti a lui e gli altri furono costretti a fare altrettanto. Fu proprio lei, la bambina, a raccontargli cosa era successo. Perplesso, il bambino rispose semplicemente «grazie». Sapeva che c’era qualcosa che non quadrava in ciò che aveva sentito. Non impiegò molto a spedire in aria il suo fedele amico dal becco ricurvo.
«Vai» gli sussurrò.
Il falco prese il volo e iniziò a volare e a volare… La sua vista era la migliore di tutti. Tant’è che riuscì a scorgere proprio sul campanile della chiesa, un piccolo tasso, che se ne stava aggrappato alla croce di ferro. Tremava come una foglia, poveretto. Se le sue zampette avessero lasciato la presa, sarebbe caduto proprio davanti al sagrato. Alla vista del falco, il tasso sgranò gli occhi e il suo primo pensiero fu: «Santo cielo, ci mancava anche questa».
Ma niente paura, perché gli artigli del falco afferrarono con delicatezza il corpo del piccolo tasso e insieme planarono davanti al bambino.
«Eccoli, i peli di dinosauro!» gridò il bambino davanti a tutti tenendo il tasso in palmo di mano.
La perpetua fu la prima a mettere il naso fuori dalla porta. Seguirono tutti gli altri, che finalmente smisero di correre, di arrampicarsi e di nascondersi. Alcuni, soprattutto la Diomira, prima di credere vollero guardare da vicino il pelo del tasso. Eh, sì: era proprio nero con le strisce bianche!
Nessuno fu in grado di sapere come aveva fatto a finire fin lassù, ma da quel giorno il falco e il bambino furono nominati dal sindaco di Tordenaso «Assessori alla Sicurezza».
Solo un abitante del paese non si presentò alla cerimonia, perché non riusciva a trattenersi dal ridere sotto i baffi. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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