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Mio fratello un eroe solo

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 di Sergio Caroli

Gli uomini passano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a vivere sulle gambe degli altri uomini. Ognuno di noi deve fare la sua parte, piccola o grande che sia». In queste parole pronunciate da Giovanni Falcone in risposta a giornalisti che gli chiedevano che cosa avrebbe voluto dire ai palermitani iniziandosi il maxiprocesso (338 mafiosi saranno condannati), è il testamento morale del magistrato. Falcone era riuscito a convincere Tommaso Buscetta a collaborare con la giustizia. Venivano per la prima volta rivelati la struttura piramidale della mafia e i suoi metodi nel traffico dell’eroina. Vilipeso, lasciato solo e isolato - si giunse a violarne il computer all’Ufficio Affari Riservati del Ministero di Grazia e Giustizia -, il magistrato più famoso del mondo periva il 23 maggio 1992 sotto la deflagrazione di 500 chili di tritolo insieme alla moglie Francesca Morvillo, anch’essa magistrato, e ai tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. 
Per restare fedele al lascito morale del fratello, Maria Falcone, insegnante di diritto ed economia nelle superiori, che da anni ne porta nelle scuole il ricordo per la formazione civica dei giovani, ripercorre ora, insieme alla giornalista Francesca Barra, la vita, l’eredità dell’uomo, del magistrato e il nostro presente nel volume «Giovanni Falcone. Un eroe solo» (Rizzoli).
 Professoressa Falcone, sulla formazione di suo fratello ebbe un ruolo decisivo Francesco Salvo, il suo professore di storia e filosofia al liceo.
Il professor Salvo era un’istituzione del liceo «Umberto» di Palermo. Anch’io ne fui profondamente colpita quando mi esaminò in quinta ginnasiale. Compresi quanto Giovani ne fosse influenzato dal suo cambiamento, dal suo modo di pensare e di agire. Credo che nella lezione di Salvo sia anche la motivazione di portarlo a una sinistra solidale. Di qui il suo passaggio negli anni al comunismo in una casa nella quale il valore della democrazia e della religione erano al primo posto. Salvo segnò la maturazione di un uomo che diventa profondamente illuminista.
 Diciannovenne, lei scrisse una lettera firmata «Tua sorella Maria (che ti vuole tanto bene nonostante le apparenze)». Era il pudore dei sentimenti la nota distintiva del carattere di suo fratello?
Era la nota distintiva di tutta la famiglia. Tuttora i miei figli mi riproverano bonariamente, perché sicuramente sanno quanto è l’intensità del mio affetto per loro; l’ho dimostrato per tutta la vita. Ma le esternazioni, gli sbaciucchiamenti non fanno parte della nostra educazione familiare. 
 Giovanni Falcone concepì un preciso metodo per sconfiggere la mafia. In sintesi, che cosa lo caratterizzava?
Professionalità e attenzione a tutti i particolari delle indagini. Lo distinguevano l’attenzione ai particolari, ai rapporti tra uomini e fatti anche assai lontani. Ho visto alla televisione che egli è stato celebrato alle Nazioni Unite, presente il nostro ministro della Giustizia. Il quale ha messo in evidenza come il metodo Falcone si distingue nelle indagini sulla mafia proprio per questa capacità di collegare uomini e fatti in apparenza separati da distanze abissali.  
 Dopo il fallito attentato all’Addaura, Falcone disse: «Questo è il paese felice in cui, se ti si pone una bomba sotto casa, e la bomba per fortuna  non esplode, la colpa è tua che non  l’hai fatta esplodere». Può commentare questa frase?
E' una frase di una grandissima tristezza, anche se Giovanni la pronunciò con un sorriso sulle labbra. In un momento in cui era assediato dalle critiche di tutta una magistratura che gli si rivoltava contro, soprattutto per motivi di invidia, l’arrivo delle lettere del «Corvo», lui, che tanto faceva nella lotta alla mafia, si vedeva assediato dai rimproveri, chiamiamoli cosi, di quelli che gli stavano intorno e scopriva macchinazioni tremende. Parla infatti di «menti raffinatissime» dietro a quell'attentato. Più tardi abbiamo capito che l’attentato all’Addaura e la lettera del «Corvo» in contemporanea miravano a un risultato fondamentale. Dire che Giovanni non era il giudice onesto del quale si parlava. Si vide solo.    Nel momento in cui voleva l’aiuto della gente, girava a Palermo la voce che si fosse messo lui la bomba. Occorreva farlo morire all’Addaura non da incensurato. 
 Subì la delegittimazione, il disprezzo e lo spietato isolamento. Che cosa lo ferì maggiormente?
Lo addolorò in particolare una specie di fermo del Consiglio superiore della magistratura che lo bocciò.
 Con Falcone e Borsellino all’Asinara per timore di attentati, «la mia vita - lei scrive - fu una continua ansia: ogni minimo ritardo dei miei figli, ragazzini che andavano a scuola da soli, divenne per me un incubo». Cosa le diede la forza per restare a Palermo?
Cercavo di non pensare e poi vedevo Giovanni tranquillo. Mi ha aiutato la fede. Tuttora mi chiedo: ma come ho fatto a non scappare?
 Può spiegare i compiti e i risultati raggiunti dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone da lei diretta?
La Fondazione doveva essere una specie di torre per difendere la memoria di Giovanni. Temevo che dopo la sua morte altri si appropriassero delle sue idee o dicessero cose che lui non aveva mai detto. Fondamentale è stato per me diffondere attraverso convegni le sue idee, ma soprattutto dire che la mafia, come diceva Giovanni, è anche un fatto culturale e che occorre agire sulla società, sui giovani, affinché non abbiano più gli atteggiamenti omertosi della vecchia società e soprattutto non coltivino l’indifferenza. 
  Giovanni Falcone. Un eroe solo -  Rizzoli, pag. 210,  17,50  
 

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