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A Mamiano la duchessa non c'è più

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Pier Paolo Mendogni
Maria Luigia è scomparsa dalla Fondazione Magnani Rocca. La grande tela dipinta dall’inglese George Dawe (1781-1829) è ancora una affascinante attrazione della sala in cui campeggia il celebre capolavoro di Francisco de Goya «La famiglia dell’Infante don Luis», sennonché la duchessa dei parmigiani se n’è andata sostituita da un’altra nobildonna, la granduchessa di Sassonia Maria Pavlovna Romanova (1786-1859), quasi coetanea, quinta figlia dello zar Paolo I e di Maria Feodorovna.
La nuova identità è stata assegnata alla elegante dama, serenamente effigiata sullo sfondo romantico di un parco vicino a un’erma femminile, da Alessandro Malinverni, giovane ma già affermato studioso dell’Università di Milano, che ha compiuto illuminanti ricerche e pubblicazioni nel campo della ritrattistica, come quella riguardante la duchessa Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XV.
Veramente l’identificazione della nobildonna come Maria Luigia non era quella originale. Alessandro Malinverni nel saggio «Un ritratto di Maria Pavlovna Romanova alla Fondazione Magnani Rocca», pubblicato su «Acme» la rivista della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, ha ripercorso la storia del quadro donato da Thomas Dawson alla Morrab Library nel 1877 e indicato come «Ritratto dell’imperatrice Joséphine de Beauharnais», la prima moglie di Napoleone.
La nuova proprietà non era convinta di questa attribuzione e indicava la protagonista genericamente come «the wife of Napoleon I». Più avanti l’identità passava da Joséphine a Marie Louise e nel novembre del 1982 con questo titolo la tela veniva posta sul mercato; rifiutata dalla National Portrait Gallery, era messa in asta il 5 maggio 1983 da W.H. Lane’s e acquistata per tremila sterline da Colnaghi che poco dopo la rivendeva a Luigi Magnani per trentacinquemila sterline: «cifra davvero considerevole per l’epoca, legittimata dalla presunta identità dell’effigiata, in stretta connessione con i luoghi e gli interessi di Magnani».
Il confronto fra l’effigie della dama di Dawe e quella di Maria Luigia – tramandataci da Antonio Canova, Robert Lefèvre, Giovan Battista Borghesi ed altri – ha sempre suscitato delle perplessità che però si arrestavano un po’ per rispetto verso Luigi Magnani, un po’ per le trasformistiche idealizzazioni operate da molti artisti nei confronti dei personaggi più illustri, ma soprattutto perché non si trovava la persona alla quale riferire il ritratto.
Ci sono voluti l’occhio esperto e la colta visione internazionale di Alessandro Malinverni per trovare l’immagine corrispondente a quella rappresentata in una principessa russa. Inoltre non è mai stato documentato il passaggio da Parma di George Dawe per ritrarre la duchessa il cui volto - sottolinea lo studioso - «è estremamente caratterizzato con la fossetta sul mento, la sporgenza del labbro inferiore tipica degli Asburgo» come viene evidenziato nel gesso di Antonio Canova.
Oltre alla scultura «basterebbe il ricorso ai ritratti pittorici come quelli di Gérard o di Lefèvre per escludere l’identificazione dell’effigiata della Magnani Rocca come Maria Luigia». Inoltre per Malinverni non è sostenibile la tesi che la duchessa si appoggi al piedistallo con il proprio busto in quanto nessuno - in quel periodo - si è mai fatto ritrarre due volte nella stessa opera e non vi è alcun riferimento alla condizione ducale di Maria Luigia. L’esame della vita e delle opere di Dawe porta in Russia, alla corte di San Pietroburgo, dove l’artista era stato invitato dallo zar Alessandro I nel 1818.
Dawe si era messo in viaggio nel 1819 e aveva fatto tappa a Weimar per ritrarre Goethe. Qui viveva la principessa Maria Pavlovna Romanova, moglie di Carlo Federico che diventerà granduca di Sassonia nel 1828, donna colta e amante delle arti, protettrice di Franz Liszt e del pittore Peter Cornelius. Dawe potrebbe averla ritratta qui o negli anni successivi a San Pietroburgo dove si fermava una deci-
na d’anni e dove Maria Pavlovna si recava per visitare la madre Maria Feodorovna (deceduta nel 1828), amatissima, la cui effigie sarebbe rappresentata nell’erma che reca la scritta «Maria».
A sostegno della nuova identificazione, Alessandro Malinverni porta vari ritratti di Maria Pavlovna di cui uno dello stesso Dawe, dipinto nel 1822 e conservato all’Ermitage, e altri realizzati da Johann Tischbein, Vladimir Brovkosky, Christian Friedrick Tieck. «Ascrivibile agli ultimi anni di attività dell’artista – conclude Malinverni - il “nuovo” ritratto di Maria Pavlovna Romanova granduchessa di Sassonia Weimar Eisenach rappresenta non solo uno dei vertici della produzione di Dawe, per l’analisi psicologica dell’effigiata – e del suo rapporto con la madre – e per la consona resa del paesaggio all’intorno, ma anche uno dei pochi ritratti di Romanov conservati in Italia, rivelandosi così un documento forse ancor più prezioso e interessante di quanto non fosse come Maria Luigia d’Austria».


 

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