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La ragione smarrita nelle tenebre

La ragione smarrita nelle tenebre
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di Elissa Piccinini
O gni fine è, in fondo, un nuovo inizio. Per quanto desolato, disperato e abbacinante nel suo abbandono, è comunque un inizio da cui, in qualche modo, è possibile ripartire. Apocalittico, ai limiti dell'antiutopia, il romanzo d’esordio dello scrittore galiziano David Monteagudo, «Fine» (pp. 343, euro 18,00), ha rappresentato in Spagna un vero e proprio caso letterario che ha strappato giudizi che hanno scomodato lo stesso fantasma di Buñuel (si è parlato di «opera bunueliana... splendida»).
 Pubblicato in Italia da Guanda, che ne ha sottolineato il potentissimo portato metaforico nonché l’efficacia della scrittura, il romanzo di Monteagudo sta a cavallo fra la topica della rimpatriata tra vecchi amici (in stile «Grande freddo», per intenderci) e quella dell’eliminazione sistematica degli stessi (alla «Dieci piccoli indiani»). La trama è presto detta: alcuni amici si ritrovano dopo venticinque anni nel medesimo rifugio di montagna in cui si erano ripromessi di tornare in età matura per vedere le stelle. All’appello manca un solo componente, il fantomatico «Profeta», che, ai tempi, era stato vittima di un terribile scherzo da parte del gruppo. Verso mezzanotte nel cielo brillano stelle di un bagliore inusuale: è l’inizio della fine.
 Un misterioso black-out blocca tutti gli apparecchi elettrici, le persone cominciano incomprensibilmente a scomparire, mentre fanno la loro inquietante comparsa animali selvaggi venuti da chissà dove. Una compagnia di picari sbalorditi e sconcertati, in preda a timori superstiziosi, si mette in viaggio verso l’ignoto. Ed è destinata a ridursi con progressiva, inesorabile fatalità («ne rimarrà soltanto uno»...). La fine sarà solo disperazione, desolazione e abbacinante abbandono. Questa la storia (indubbiamente nichilistica). Per quanto riguarda l’autore, si tratta di un quasi cinquantenne, operaio in una fabbrica di imballaggi della Catalogna scopertosi improvvisamente scrittore. Monteagudo è infatti balzato agli onori della cronaca per l’enorme successo tributatogli in patria da pubblico e critica: stampe, ristampe, edizioni per i mercati esteri hanno fatto il caso letterario. Paragonato ad autori del calibro di Philip K. Dick, Ray Bradbury e Cormac McCarthy, Monteagudo non ha forse esattamente la medesima carica visionaria di questi scrittori in quell'opera demolitivo-costruttiva che è base dell’ideazione di possibili mondi o realtà alternative. Ciononostante questo suo primo romanzo, che pure ha ancora tutte le ingenuità e le asprezze di qualsiasi opera prima, risulta particolarmente interessante per la ricchezza metaforica che porta con sé. Best seller per caso, «Fine» è infatti un libro sulla fine del mondo e delle utopie. Il blocco delle tecnologie avanzate e il dominio degli animali selvaggi decreta la fine di qualsiasi possibile redenzione che venga dal razionale, fosse anche l’eroe di turno, figura di fatto del tutto assente dal romanzo. Ha detto lo stesso autore in un’intervista: «Gli animali rappresentano l’irrazionale, ciò che non può essere tenuto sotto controllo: le paure primarie che risaltano fuori appena il network tecnologico, la protezione sociale fornita dalla civiltà, scompaiono. Per quanto riguarda gli eroi, in certi film c'è sempre chi è pronto a salvare il mondo. Mi sembra un approccio poco realistico. Se prendi dieci persone a caso, come nel romanzo, è facile che nessuno di loro si dimostri un eroe».
Fine
Guanda, pag. 343, 18,00
 

 

 

 

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