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Il racconto della domenica - Le burle della ferrovia fantasma

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di Gustavo Marchesi

«Diego», il trenino della Ferrovia Veneta è sospeso: il passaggio dell’Alta Velocità potrebbe spazzarlo via. Lavorano di notte a spostare la linea, assicura Roberta D, che abita in zona. Di notte, mormorano i vicini, la Roberta esce all’insaputa della famiglia, e sta con gli operai. Il trenino le va su e giù per il cuore.
Poco più di un balocco, «Diego» sembrava acconciato da cow-boy e favoriva i viaggiatori spericolati, studenti fiaccati dalla scuola, che praticavano i lanci col lazo ad acchiappare le bestie grosse e qualche bestione umano, qualche casellante che pisolava lungo la linea. Quando rinunciavano al lazo, e questo si verificava d’inverno, i ragazzi ammassavano della neve sui terrazzini e prendevano di mira i pollai. Sciolta la neve, si considerava l’opportunità di metter mano ai proiettili solidi, sassi e pietrame che la massicciata offriva di prima qualità in tutte le stagioni.
Bande improvvisate di irregolari, non rispettavano la proprietà privata. Se agganciavano qualche recinzione, la trascinavano col convoglio, rischiando il grosso incidente. Uno simile, se fosse maturato, diventava una brutta faccenda, la peggiore. Gli studenti qui non avevano colpa, ma un po’ era colpa della scuola, che indirizzava i più piccoli a insistere con le domande, dichiarando la propria insoddisfazione alle risposte distratte degli adulti. Quella volta una nonna di Pieve non sapeva come cavarsela col nipote, un pettegolino di prima elementare appena e già apprezzato per la sua intraprendenza. Siccome di fermate il treno ne faceva ogni pochi minuti, il pettegolino insisteva: «Oh insomma, perché si ferma sempre»? La nonna era di quelle che non considerano i bambini in grado di capire le regole del progresso. Le sembrava impossibile spiegare, oltre al perché delle fermate, come riusciva il treno a riprendere il viaggio, vale a dire tutta la complessa articolazione del movimento. Nell’imbarazzo aveva trovato una giustificazione secondo lei adatta al comprendonio di quella testolina. Il treno si fermava per fare pipì. Le soste però erano così frequenti, che anche un bambino doveva sospettare l’esistenza di una disfunzione: «Oh ma quanta pipì»! sbottò infatti, da intenditore. E ricominciò a pretendere qualche risposta sensata. La nonna si imbrogliò, perdé il filo, non si accorse di essere già arrivata e non scese a Pieve. Così chiese aiuto al capotreno, il Pantòla, famigerato anche lui per le sue vaghezze, unite a un pudore infantile. Di recente, allettato dal progresso, si era preso una Vespa e l’aveva provata in camera da letto, entrando nell’armadio... Sua moglie minacciò di piantarlo, lui chiamò in soccorso gli amici e la pezzò; stavolta era una faccenda diversa e si rivolse agli altri passeggeri: se non avevano premura, si tornava indietro due stazioni, a permettere che la nonna e il bimbo inquisitore arrivassero in orario a casa, dove li aspettavano col cardiopalmo. Nessuno obiettò e il macchinista andò in retromarcia. La collisione con un merci venne scongiurata forse per intervento segreto di Mercurio, ma Pantòla fu inquisito e degradato. 
Gli studenti gli volevano bene dal profondo del loro istinto ribelle: il suo gesto non meritava una punizione. Poi era un soggetto tanto simpatico… Quando l’ispettore non vigilava, raccontava le barzellette sporche. A vendicare Pantòla fu un allievo del Conservatorio, che sotto Natale suonò in anticipo la trombetta della partenza, ingannando il macchinista. Per poco i controllori non rimasero in pensilina.
Tempo qualche anno, levato il trasporto su gomma, sostituto inquinante per eccellenza, «Diego» ritornerà. Ma non sarà mai quello di prima, credimi Roberta: ci manca Pantòla, e i ferrovieri non suoneranno più la trombetta. Da un pezzo i passeggeri la criticavano perché ricordava i vecchi spazzini. 
 

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